Ma il vero virus è la fake news

  • Maurizio Baruffaldi

Tutti hanno voce in capitolo, grazie alla rete. Ed è normale che il fatto in sè, l’accaduto reale, si perda in un mare di interventi. Ecco perché il ruolo del giornalista è ancora oggi, e sempre più, necessario. Il giornalista dovrebbe essere colui che scrive solo dopo aver selezionato con estrema cura le sue fonti; il suo racconto deve potersi ricomporre come un puzzle. Deve essere garante della verità. Questo è uno dei fermi principi scolpiti nel “Testo unico dei doveri del giornalista”. 
Quanti si possono chiamare giornalisti, di quelli che leggiamo e vediamo animarsi nei talk show? Vi vedo sogghignare, nel migliore dei casi. Troppi tuttologhi, funamboli dialettici, spadaccini ipertesi, uniti dallo sforzo di dar la patente di “verità” alla loro opinione, in un impasto che confonde politica e giornalismo: male supremo. Per attivare il senso alto del mestiere,  può far bene leggersi le storie rimaste ai margini della cronaca, dei giornalisti che hanno subito aggressioni fisiche. E chi fa ironia sulla vita sotto scorta meriterebbe di viverla, come un dannato. 

Chiusa la parentesi Cuor di Leone,  torniamo alla notizia falsa, il grande Virus. Il modo per smascherarla esiste, ed è a disposizione di tutti: lo offre la stessa rete, gioia e dolore. Sono plotoni di giornalisti che operano su piattaforme che si occupano solo di questa ricerca: stanare il vero, di ogni parola e immagine, personaggio e luogo. Intorno alla parola “fact checking” troverete un mondo che lavora sottotraccia per rendere più sana la nostra opinione. Investigare è diventata funzione vitale. E non ultimo, sa essere divertente. 

MAURIZIO BARUFFALDI

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