Quei missili ricordano il lord inglese

  • CARLO BARBIERI

Qualcuno ricorderà la storiella del Lord inglese che ogni mattina, mentre leggeva il giornale, veniva informato dal suo maggiordomo delle condizioni sempre peggiori del Tamigi: “Sir, il Tamigi è vicino ai livelli di guardia”. “Grazie, James”. “Sir, il Tamigi ha superato i livelli di guardia”. “Grazie, James”. Finchè un giorno James entrava, spalancava la porta e annunciava: “Sir, il Tamigi”. 
Ci ho pensato stamattina mentre mi facevo la barba. Descrive esattamente la situazione: la guerra è sempre più vicina, ma l’escalation non è rapidissima, e così facciamo in tempo ad abituarci al nuovo livello, e poi al successivo. Come quando si scala una montagna passo dopo passo: ci rendiamo conto di quanto siamo arrivati in alto solo se ci fermiamo a guardare indietro. Appena pochi mesi fa ero in Libano da turista, accolto da amici libanesi con i quali ho visitato zone remote del paese, sono passato tranquillamente a piedi dai quartieri sciiti a quelli sunniti di Tripoli (Tripoli di Libano, non di Libia), e ho attraversato indisturbato la grande area di Beirut Sud, confinante con l'aeroporto, regno degli Hezbollah. Oggi non lo rifarei. Stiamo andando verso il disastro, ma la gente normale non se ne rende conto. Colpa, da una parte, della politichetta miope, incompetente, “centrifuga” e presa dall’ossesione della conservazione del potere. Ma forse anche dei reportage, che somigliano ormai a quei videogiochi dove tutto è allo stesso tempo incredibilmente reale, eppure virtuale. I bersagli veri sul terreno, contrassegnati da crocette e colpiti da missili reali, somigliano troppo a quelli da mille punti di un videogioco. Una parte del nostro cervello sa che dietro quelle esplosioni silenziose in Tv ci sono urla, dolore, ossa spezzate, sangue. Ma l’altra rimane affascinata e anestetizzata dalla quotidiana frequentazione con la violenza virtuale. 
Se non freniamo subito – ma “subito adesso” – rischiamo seriamente che qualcuno, fra un po’, ci annunci “Signori, la guerra”. 

 

CARLO BARBIERI

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