Cetto ritorna per ridere sulla politica

  • Cinema/Antonio Albanese

ROMA Gli italiani? “Basta promettere loro l'impossibile e ti votano, sono un gregge che segue il cane e io abbaio benissimo”. Per questo un uomo qualunque può pensare di diventare re di una monarchia nuova di zecca che soppianta in Italia la repubblica. Almeno nel grottesco racconto di “Cetto c'è senza dubbiamente”, nuovo film costruito su Antonio Albanese, dal 21 in sala, proprio nel momento in cui Emanuele Filiberto annuncia nientemeno che il ritorno dei reali in Italia.

«È che la realtà supera l'immaginazione in questo Paese, in cui persino Cetto sembra un moderato - dice Albanese - e io credo che a tutto questo bisogna reagire con la comicità che ha una grande energia, oggi più che mai perché il sovranismo, il razzismo che avanzano mi fanno davvero paura e allora ci rido, a volte mi vergogno persino nell'interpretarlo ma  sento che devo mostrare tanta mostruosità che continua a convivere con noi perché Cetto è un mostro che riflette tutti i mostri che ci stanno intorno».

«Sono storie incredibili quelle di Cetto ma sono vere, incredibilmente è mostruosamente vere - prosegue Albanese -. Io dopo sette anni dal primo Cetto continuo  a indossare questa maschera, non ho sfruttato il personaggio per altre cose (anche se me lo hanno chiesto pure in greco antico) ma per me resta una delle mie maschere migliori».

Qui quanto è cambiata? 
«Purtroppo Cetto è alimentato dalla nostra politica , quindi lo abbiamo potenziato spostandolo su un territorio ancora nuovo come quello della monarchia, in un territorio in cui si chiede “che cosa cambia per voi passare da deputato a vassallo?”, una cosa pazzesca per me e spero non solo per me».

Il futuro di Albanese e di Cetto? 
«Spero di poter raccontare il paese ancora con ironia ma mi spaventa la paura che c'è in giro, la delusione che spinge a destra. Manovrare la popolazione e spingerla verso la paura è da vigliacchi, è osceno, è una vergogna che, però, sta già succedendo».

La satira resta un'ultima speranza? 
«Spero di no, nonostante l'assenza di una vera classe intellettuale oggi».

SILVIA DI PAOLA