Un modello industriale di contraddizioni imbarazzanti

  • Maurizio Guandalini

E’ sempre l’ultimo rigatone che te frega. Salvatori della patria non pervenuti. Aziende  zoppicanti si comprano e, forse, si  rimettono in carreggiata con massicci licenziamenti. 5000 mila sono gli esuberi di Alitalia. Chi fa il taglio?  L’ex Ilva. 10.700 dipendenti, 4800  gli esuberi. D’acciaio nel mondo ce n’è troppo. Prezzi in picchiata. Quale occasione migliore per la cordata franco-indiana Arcelor-Mittal di appigliarsi a un pretesto per lavarsi le mani? Vederla così è  da maldestri. Una reazione semplicistica allo scorticamento giornaliero dell’industria nazionale e alle ricette del mercato globalizzato.  Per farla breve. Quando ci mette le mani la politica è casino, impreparazione e sempre troppo tardi. Calenda, ex Ministro dell’Industria, e tra i protagonisti, buoni, della vicenda Ilva, ha ammesso di aver ripetuto per 30 anni le cazzate del liberismo. Io licenziato, cosa dirò a mio figlio? Una delle più grandi stupidaggini raccontate è che non si salvano i posti di lavoro, ma si salva il lavoro. L’ex premier Prodi ha detto che l’Europa lo costrinse a vendere pezzi dopo pezzi dell’industria nazionale statale. Quel tanto di solido che avevamo e che ci faceva ben sperare. A proposito di ideone e recuperi in corner, per l’ex Ilva c’è chi tra i griffati della politica lancia la nazionalizzazione. Stupidata megagalattica che va contro ai vincoli europei. E il mister green di passaggio propone la decarbonizzazione. Che si fa con gas naturale, osteggiato se in entrata dalla riva pugliese.
Oggi il Governo incontra Arcelor-Mittal. 30 giorni di tempo. Aldilà dei tecnicismi legali è un modello industriale di contraddizioni imbarazzanti. 6 anni di commissari e 3 miliardi di euro pagati a fondo perduto dagli italiani. Perché la sostenibilità di una fonderia non la fai con uno scrocchio di dita. Perché gli investimenti arrivano se non c’è uno stop dietro l’altro. Perché la magistratura prima dell’etica dei principi dovrebbe far valere quella della responsabilità. Perché il lavoro sono famiglie da sfamare.

MAURIZIO GUANDALINI

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