«Vi racconto mio nipote orfano di femminicidio»

Nella foto del profilo, Renza bacia il suo O.,  nipote dal sorriso dolcissimo. È un’immagine di tenerezza che sembra cancellare 12 anni di sofferenza e difficoltà indicibili. A condannarli all’«ergastolo del dolore» come dice lei, il 13 febbraio del 2007 33 coltellate sferrate dal marito tunisino alla moglie Jessica, una ragazza di 33 anni di Canneto sull’Oglio, nel mantovano. Mamma di O. e figlia di Renza. Il corpo martoriato di Jessica riaffiorò dal fiume dopo un mese, durante il quale il killer continuò a raccontare al figlio di 4 anni che la madre lo aveva abbandonato, mentre con gli altri recitava la parte del marito disperato. L’antefatto: lei voleva separarsi perché lui era sempre più ossessivo. «Sapevo che litigavano e volavano piatti. Jessica non ci ha mai parlato di botte. Ma forse voleva proteggerci e noi non abbiamo capito». Lui durante il processo non ha mai confessato. Sta scontando  una condanna a 30 anni.
Renza, con voce ferma dà voce alla disperazione dei sopravvissuti, lasciati troppo soli nonostante leggi su leggi. Il bimbo dopo 4 mesi venne affidato a lei, casalinga, e al marito, guardia giurata. «Ci hanno assistito i servizi sociali, ma da subito il bambino ha avuto bisogno di un sostegno psicologico due volte alla settimana, pagato da noi. Le cose sono poi peggiorate quando è morto il nonno a cui era molto legato». Renza resta sola con una pensione di 780 euro al mese e la difficoltà di gestire un bambino a volte incontrollabile. Nel 2013 il ragazzo comincia un viaggio tra case famiglia e comunità terapeutiche. «Non crediamo che abbia assistito al delitto della madre, ma qualcosa deve aver visto». Lo si intuisce dai disegni poco dopo il fatto, in cui si vedono corpi e armi. Come fa Renza a sostenere tutto questo peso? «Il Comune ci ha dato a periodi degli  aiuti, 120 euro al mese, poi durante i ricoveri cure mediche e cibo li pagava l’Ats, ma tutto il resto, comprese le saponette, io. C’è chi mi ha aiutato, io vado a fare le pulizie, ma non basta».
Il 13 febbraio del 2018 è stata varata la legge 4 che prevede aiuti per i figli e le famiglie vittime di femminicidio ma non un euro è finito nelle tasche dei ragazzi perché mancano i decreti attuativi. Esiste poi la legge sugli indennizzi per le vittime di reati violenti  in via di modifica per portare i massimali a 60mila euro nei caso di minori, ma con maglie strettissime e procedure complesse. «Finora erano 8000 euro una tantum, un’elemosina, che io ho francamente ho rifiutato -dice Renza – la verità è che è un percorso ad ostacoli, nei Comuni nessuno sa niente. E poi basterebbero cose più semplici: per esempio non pagare le tasse scolastiche e i libri come invece ho sempre dovuto pagare per O.. In questi anni ho scritto a tutti i ministri della giustizia ma nessuno mi ha mai risposto». Ha scritto anche al Governatore Attilio Fontana, dopo che nel 2016 la regione Lazio, prima in Italia, ha approvato una legge che stanzia 10000 euro il primo anno e poi 5000 euro l’anno fino ai 29 anni agli orfani di femminicidio  e già in 40 hanno usufruito di questi fondi. «Ho chiesto perché la ricca Lombardia non faceva lo stesso e mi hanno risposto che studieranno la cosa». Nell’attesa Renza stringe la cinghia e aspetta che O. possa tornare a casa, forse a giugno. Anche se è una sfida difficile.

PAOLA RIZZI
@paolarizzimanca

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