Zero: «Greta? Una bimbetta che dice il vero»

  • Zero il Folle Renato Zero

MUSICA «La vita bacia i folli». Non ha dubbi Renato Zero che festeggia le 69 primavere e, dopo 50 anni di carriera, oltre 500 canzoni e 45 milioni di dischi venduti, dice di aver fatto pace col suo alter ego. «Oggi io e Zero, dividiamo lo stesso letto e andiamo d’accordo. In passato lui con le sue stravaganze è stato troppo invadente» spiega, presentando il nuovo disco d’inediti Zero il folle. Un album che è un intenso viaggio nella quotidianità, tra l’esigenza di combattere per esserci, per poter rinascere sempre e comunque, Mai più da soli come nel titolo del singolo che fa da apripista ed è un atto daccusa contro i social. «C’è una propaganda all’esposizione, alla fisicità di offrirsi, che non sono più sentimenti, non è più simpatia né il pregio di avere un difetto fisico che ti faccia ricordare in eterno, ma c’è competizione insana a voler somigliare o superare addirittura Sara Ferragni». E, quando gli si fa notare che si chiama Chiara, continua: «Vedete che vuol dire non frequentare i so-ci-al. Noi della giungla non siamo aggiornati».
Perché Renato resta un fustigatore. Lo confermano le 13 tracce: testi mai banali dove ogni parola pesa come un macigno. Ma attenzione a non fraintendere.

«La culla vuota? Non è una canzone-inno indiscriminato al popolamento del pianeta – spiega l’artista in noir, occhialoni brillanti di strass e cappello piumato – e un figlio non è una cosa da mettere al mondo solo per continuare la specie. Eh no! Io ho adottato Roberto e sono nonno perché ho sentito l’esigenza di pensare a chi già era al mondo. L’aborto? Non lo metto all’indice solo quando ci sono esigenze terapeutiche o se una donna è stata vittima di violenza... Ma non lo accetto come misura anticoncezionale».

E, poi, Renato canta l’uomo in tutte le sue sfumature, con le sue grandezze e le sue défaillances (Uomo è...) sottolineando che «di maschi ce ne sono tanti ma di uomini davvero pochi: da qui l’invito alla rieducazione in tutti i campi, ambiente compreso». Un po’ fata turchina, un  po’ fauno, un po’ geisha, un po’ divinità (come nelle 4 cover di Zero il Folle), il “Re dei sorcini” esalta la pluralità.

«La naftalina – dice – conserva gli abiti non le persone e non voglio tacitare i miei vizi e le mie anime. Esserci per me è la piuma di struzzo e la paillette che mi hanno tolto dal grigiore di un padre che metteva il tappo di sughero in bocca per imitare i baritoni... La vità è bella, non va inchiodata come una foto alla parete. Le mie canzoni? Hanno fatto un bel casino, perché ognuna si ispira al popolo. Il miraggio di un artista? Scuotere le coscienze come hanno fatto Modugno, Gaber, De André, Dalla».

A proposito di morte: «Sono morto diverse volte in passato. Poi ho smesso di occuparmene, pensando agli altri che se ne sono andati. Quattro passi nel blu è dedicata a Ivan Graziani, Dalla, Mango e agli amici che non ci sono più» dice. E sull’ambiente, tema ricorrente nell’album, chiosa: «Siamo tutti stranamente frastornati perché siamo talmente abituati che quelli che hanno più anni dicono spesso solo ca...te. Se una bimbetta si permette di alzare il dito e dice che non vuol morire intossicata io non lo trovo scandaloso. Non capisco perché sui social delle volte vedo che le viene affibbiato un cartello dove ci sono scritte delle cose che neanche a un politico».

 

 

ORIETTA CICCHINELLI