Rino Barillari, the King "I selfie? La rovina dei divi di oggi"

ROMA A via Veneto, a Roma, la Dolce Vita è finita da un pezzo ed ha lasciato il campo a torme indistinte di turisti cinesi ed americani. I locali popolati da gente come Frank Sinatra, Peter O’Toole, Audrey Hepburn, Ava Gardner, Grace Kelly e tutta la parata di stelle che fu la “Hollywood sul Tevere” vivono ormai solo nel bianco e nero delle foto d’epoca. Rino Barillari, “the king of paparazzi”, che di quella polvere di stelle ha fatto una narrazione immortale, è invece ancora sul campo: fino al 31 agosto Castel Romano Designer Outlet ospita la mostra fotografica “Rino Barillari - 40 scatti della mia Dolce Vita”. Lo incontro all’inaugurazione.

Mentre parliamo c’è un fotografo che la tempesta di scatti. Decine. Che effetto fa stare dall’altra parte?
 Fa tanti scatti perchè non paga la pellicola (ride, ndr).
Bollettino di guerra dalla sua Dolve Vita: 168 ricoveri, undici costole rotte, una settantina di macchine fotografiche fracassate. Corretto?
È vero, qualcuno si arrabbiava. Perchè c’era la provocazione del personaggio per suscitarne la reazione. Del resto a chi vuole che importasse lo scatto di un attore che semplicemente entrava o usciva da un locale? Se il personaggio non vuole la foto, lo scatto è più bello. Ma quello era un mondo diverso.
In che senso?
Pensi: in Italia a quei tempi se ti baciavi per strada ti multavano, non esisteva il divorzio. Ma era anche un Paese meraviglioso, che stava vivendo un momento magico. E i personaggi, comunque, sapevano che avevano bisogno di noi.
Io però ho letto che Marlon Brando l’ha inseguita con una bottiglia rotta.
È successo all’isola Tiberina nel 1964, era con una donna, la figlia di Nancy Quinn.
Rapporto burrascoso pure con Peter O’Toole se ho capito bene.
Mi ha spaccato un orecchio, quattro punti di sutura e mio padre lo ha denunciato (Barillari all’epoca era minorenne, ndr).
Cosa pensa quando passa in via Veneto, oggi?
Penso che la cosa importante sia andare avanti: l’esperienza che hai fatto allora la metti al servizio di cose nuove.  
Sarà. Però le invidio uno scatto in cui lei stesso appare vicino ad Audrey Hepburn.
Andava a comprare un maglioncino. Il mio territorio era tra via Veneto, piazza di Spagna, via Condotti, piazza del Popolo, via Borgognona: è lì che si muovevano i grandi personaggi.
La leggenda vuole che lei conoscesse i portieri dei principali alberghi, che la avvertivano dei movimenti dei divi.
In parte è vero. Ma la verità è che spesso ci avvisavano gli stessi personaggi. Oggi tutti hanno l’ufficio stampa. A quei tempi, invece, dovevano fare tutto loro.
Mi trovo qui con “the king of paparazzi”: posso chiederle  che impressione le fa vedere i divi farsi i selfie?
Sono al rovina dei personaggi. Lo penso sinceramente: se racconti tutto succede che non ci sarà più nulla da raccontare.
Le dico una sola parola: privacy.
Per me vuol dire provaci, si sa.  
L’ha detto pure a Frank Sinatra al Cafè de Paris?
Quelle foto fecero il giro del mondo. Ero con un collega in via Veneto quando arrivarono tre auto. E chi c’era? Sinatra. Via, all’assalto: cominciai a scattare e subito presero a volare i tavolini. Fu Domenico Modugno, che passava di lì con al moglie, a dire “go home” a Sinatra.
Il suo motto: “la guerra è guerra”. Che vuol dire?
Quando cominci a scattare il personaggio si arrabbia, può diventare irrequieto. A quel punto, per chiarire la situazione un “oh, la guerra è guerra” può essere utile. E magari lui si fa anche una risata.  
Che ricordi ha di Anna Magnani?
Mi ha aiutato molto, e le sono grato. Io non avevo esperienza e lei capiva la situazione e mi aiutava a realizzare buone foto. Anzi, posso dirle una cosa?
Ci mancherebbe
Ogni volta che vado a San Felice Circeo (dove la grande attrice è sepolta, ndr), le porto sempre una rosa.

ANDREA BERNABEO

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