Educazione sentimentale tra Rozzano e l'Hiv

  • Jonhatan Bazzi

Non è un libro-testimonianza. Non è il racconto di una malattia, l’Hiv, anche se il protagonista del libro – che ne è affetto - coincide con l’autore. Jonathan Bazzi in “Febbre” (Fandango, p. 328, euro 18,50) in realtà ha scritto con una scrittura strabiliante un romanzo di formazione contro tutti i pregiudizi che è anche una rigenerazione, da un’infanzia a Rozzano (periferia milanese) a oggi. Laureato in filosofia, dopo la scoperta della malattia aveva pensato di essere destinato ad andarsene in fretta. “Ho iniziato a star meglio quando la mente ha iniziato a spostarsi dal corpo, a mettere a fuoco altro. È lì che ho sentito che avrei continuato a vivere”.

Come ha trovato la sua voce per questo personaggio?
«È arrivata spontaneamente circa un paio d’anni fa. Prima avevo uno stile più aulico, autocompiaciuto. Mettendomi a scrivere questa storia però ho sentito che non potevo permettermi di cedere a nessun ornamento. Più che a me come persona, direi che la voce che ho usato corrisponde ai miei gusti da lettore: amo le prose scarne, nervose, vivide».

Il percorso di protagonista parte da una periferia milanese che lui vive da “diverso” sin da piccolo. Non solo per l’orientamento sessuale. Che tipo di riscatto è stato il suo?
«Io credo che ognuno abbia un suo luogo naturale. Spesso il nostro luogo naturale non è quello in cui nasciamo. Febbre racconta anche questo: come si sopravvive quando ci si sente stranieri a casa propria, e come si può – anche con pochi mezzi, anche barcollando – riuscire ad andare altrove, in luoghi più affini alla propria vocazione. Per me i libri e l’immaginazione hanno giocato un ruolo fondamentale».

Sapere che per tutta la vita ti porterai dietro una malattia. Che mondi apre questo?
«È un’esperienza limite, anche se oggi non si muore più. Si tocca con mano il fatto di essere destinati a finire, di potersi ammalare in modo serio, incontrovertibile. Scoprirsi sieropositivi anche nel 2019 mette in moto dinamiche antiche, primitive, catalizzatrici. Mi interessava raccontarle perché, una volta che le ho superate, mi sono reso conto della loro forza e del loro potenziale narrativo».

Questo è anche un romanzo sulla sua famiglia, suo padre che se n’è andato quando lei era piccolo, sua madre, sua nonna, il suo compagno. Cosa la fa sentire meno solo?
«L’euforia dei miei pensieri e le possibilità stesse della vita. Calarmi in una dimensione di ricerca, avendo un destinatario - il mio editor, il pubblico - è la cosa che mi fa sentire meglio. E poi certo, Marius, il mio ragazzo, e i miei due gatti».
ANTONELLA FIORI
@aflowerinlife