«Per l’Angelo del crimine neanche la morte è reale»

  • Cinema/L'angelo del crimine

ROMA Lo chiamavano “l’angelo biondo” e lui, giovanissimo, riccioli chiari, occhi azzurrissimi, bocca rossa da bambino si agitava nella Buenos Aires dei Settanta, prima da ladruncolo per gioco e poi, strada facendo, caricandosi di ben 11 omicidi e 43 rapine. Ma sempre per gioco. Quando la madre gli disse che il suo avvocato avrebbe chiesto l'infermità mentale per evitargli l'ergastolo,  rispose che non era pazzo. E alla domanda della madre distrutta: «Perché ti sembra che una persona normale avrebbe fatto quello che tu hai fatto?», risponde  semplicemente di sì. 

Eccolo il personaggio interpretato da Lorenzo Ferro che in “L'angelo del crimine” (da oggi in sala) il regista  Louis Ortega ha costruito partendo dal vero Carlos Robledo Puch e aggiungendo non poca fiction.

Come quello che allora fu chiamato “il mostro con la faccia da bambino”, anche lui appare di una bellezza candida e ingannevole, come il regista sottolinea: «Intenzionalmente ho realizzato un film non ripugnante ma, al contrario, attraente per il pubblico perché Carlitos da sempre pensa di essere “una spia che lavora per Dio” e si comporta come un psicopatico pur non essendolo: per lui niente è reale, neanche la morte». 

Il ché significa «che rifiuta le emozioni e tutto ciò che può produrle, fosse anche la morte di un uomo. Per lui la natura è qualcosa di spietato da cui vuol tenersi lontano». 

E il crimine? «È qualcosa che dà un'identità in un mondo in cui quasi nessuno sa chi è: il crimine ti rende qualcuno».

SILVIA DI PAOLA