Il recupero della dignità

  • Stefano Pacifici

Padri che ammazzano figli, stupri di gruppo, jacksquartatori senza rimorsi, mogli massacrate dai mariti, violenze gratuite su vecchi, piccoli e malati. E poi istigatori di vendette da poveracci, spacciatori gratuiti di odio social, razziatori da piccolo cabotaggio. C’è chi dice che i giornalisti sono cinici. E in qualche misura ha ragione. Però, come dire, non è che sia proprio cinismo. E’ che immersi h24 in terrificanti cose terrene di una umanità sempre meno abituata a pensare a cosa fa, e vedendone di tutti i colori ogni santo giorno, alla fine ci si stupisce sempre meno.

E tuttavia. Tuttavia c’è sempre qualcosa, in quel pozzo umano che non ha mai un fondo, che in un certo determinato momento ti fa pensare “ma è possibile?”. Anche stavolta quel momento, a dire il vero sempre più raro, è arrivato. E ti sbatte in faccia un qualcosa che non pensavi (ancora) fosse appunto possibile. Il retrogusto amarissimo della perdita totale della coscienza di sé. Come se un basic instinct negativo ti afferrasse brutalmente per la collottola e ti riproiettasse a freddo alla società della clava. Là, dove l’incoscienza aveva la meglio sulla ragione, l’impeto sulla consapevolezza di sé, l’istinto sulla pietà.

Non c’è niente di più banale di un portafogli. Che tutti abbiamo in tasca, e contiene cose che usiamo tutti i giorni. Non c’è niente di strano purtroppo neanche in un incidente stradale, del quale le arterie di ogni città sono testimoni ogni giorno, ovunque. Ma c’è tutto un campionario dell’obbrobrio, invece, se quel portafogli è accanto a un cristiano agonizzante per quell’incidente. Se chi assiste a quella scena si ferma e pensa a come trarne un qualche profitto. Se poi, oltre ad averlo pensato, lo mette in pratica, prendendo quel portafogli, trovando un bancomat e facendo prelievi per sottrarre subito ogni sottraibile possibile. Il tutto in una manciata di minuti da quell’incidente, a un passo dal fine vita di un poveretto inerme. A un passo dal baratro sociale, dall’obnubilazione della coscienza, dall’abiezione. Persino il “mors tua vita mea” aveva una sua certa, anche se difficile, medioevale spiegazione. In ballo c’era la vita. Qui, quattro spicci da arraffare  alla bell’e meglio, scavalcando il corpo e l’anima. Qui siamo oltre. Parecchio oltre. Ed è purtroppo necessario anche domandarsi (con quel “cinismo” di cui si diceva prima) se quell’oltre è il finale, o magari questa società ormai fuori di cranio ci può addirittura riservare dell’altro. Di peggio.

E non è che adesso bisogna solo rimboccarsi le maniche per capire, aiutare, sostituirsi a chi dovrebbe avere un onere di qualsiasi tipo. Quello che va fatto veramente, di fronte a un caso  senza neanche un pentimento come questo, è tentare il recupero di un tessuto lacerato. Far capire che forse (e speriamo) non tutto ancora è irrimediabilmente perso in quel gorgo maleodorante, in quella deriva sociale da brivido. Che certe linee non sono solo rosse, ma roventi, incandescenti, e si intersecano nel corpaccione obeso e farlocco di noi che corriamo, e correndo (appresso a tutte le nostre varie amenità) pensiamo sempre meno. Siamo, sempre meno. Certe linee, a sorpassarle, non ti fanno rischiare solo una denuncia, un rimbrotto, una condanna, un sussulto di indignazione, una semplice riprovazione. E neanche, solo, un posto di lavoro. Ma, appunto, la dignità.

STEFANO PACIFICI

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