«Il mio John McEnroe è uno sportivo/attore»

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ROMA La voce di Mathieu Amalric avverte in apertura: «Il cinema mente, lo sport no». Ne era certo, nella sua ossessione per la perfezione, il campione di sempre John McEnroe che con gli arbitri e l'universo mondo che lo guardavano giocare a tennis aveva sempre molto da ridire. Ne era certo e lo mostrerà, in questo notevole “John McEnroe. L'universo della perfezione” (dal 6 in sala) il regista Julien Faraut, che lo ha presentato alla Berlinale e lo ha visto premiato come miglior film alla 54° Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.

Ha cercato quel mix di verità e finzione che definiscono l'atleta e l'uomo McEnroe e oggi racconta: «Ho tentato di mostrarlo come uno sportivo professionista impegnato a realizzare l'unica cosa che veramente gli interessa sul campo da tennis e cioé battere gli avversari. Allo stesso tempo, poiché siamo così condizionati dalle immagini delle trasmissioni televisive, il 16 mm ci trasporta rapidamente nel regno della finzione. La teatralità di McEnroe e i suoi segni molto evidenti di insoddisfazione di fronte alla folla, ci trasportano in una dimensione che è più da Actors Studio che di sport di alto livello». Intento chiaro.

«Volevo anche decostruire l'immagine del giocatore/attore impulsivo, lo stereotipo di McEnroe che conosciamo»,  prosegue, partendo dall'idea che «il cinema può mentire, lo sport mai perché su un campo da tennis McEnroe corre e soffre. Vince o perde. Non c’è tempo per effetti speciali».

SILVIA DI PAOLA