I macigni miliardari sui conti dei Comuni

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ROMA Roma è la Capitale del debito. Un grande buco - stimato in 12 miliardi di euro - dentro cui sono finiti quasi cinquant’anni di pagherò. Dieci anni fa è stata creata la gestione commissariale e l’importo del debito è stato rinegoziato con un finanziamento di 500 milioni annui, 300 forniti dallo Stato e 200 dal Campidoglio tramite l’addizionale Irpef allo 0,4% (la più alta in Italia) e una sovrattassa di 1 euro per ciascun passeggero in partenza dai due aeroporti romani. Nel calderone c’è la storia della politica romana, diluita in 1.500 contratti di mutuo: dai contenziosi per gli espropri dei terreni per le Olimpiadi del 1960 ai prestiti per le opere del Giubileo del 2008. Ora il debito restante è composto da 9 miliardi di componente finanziaria e 3 di parte commerciale.

Milano seconda

Secondo in classifica per debito è il Comune di Milano, ma l’ammontare è in diminuzione negli anni e ciò che più conta il bilancio è sotto controllo registrando un aumento delle entrate e una riduzione delle spese correnti. Secondo il bilancio previsionale per il 2019, approvato a marzo in Consiglio comunale, il debito si attesta a 4 miliardi, segnando una diminuzione di 538 milioni sul 2015, ed è previsto in ulteriore calo di 500 milioni al 2021. Inoltre le spese correnti sono viste in calo di 100 milioni di euro.

Torino in difficoltà

«La situazione economica e finanziaria della Città di Torino si conferma difficile», ammette anche la sindaca di Torino Chiara Appendino. A pesare, in particolare, sono le quote di debito e i relativi interessi che gravano, da soli, poco meno di un quarto di tutta la spesa corrente (circa 250 milioni su 1,2 miliardi). Due anni fa, per evitare il ricorso al pre-dissesto, è stato avviato in accordo con la Corte dei Conti un piano per il riequilibrio finanziario strutturale, «che sta dando i risultati previsti». Da un disavanzo strutturale di 80 milioni iniziali si è arrivati a 60 milioni.
E non va meglio in altre città italiane: da Napoli (con la crisi delle partecipate e le rigidità del pre dissesto) a Palermo («con i conti non più in rosso profondo»), sino a Catania (che a dicembre ha dichiarato il dissesto economico finanziario).

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