Lituania, quel muro sull'enclave di Kaliningrad

  • Maurizio Zuccari

Le guardie corrono in Quad tra sentieri di betulle, come a una scampagnata. Salgono per i controlli alla frontiera sul treno che arriva da Mosca col divieto di scali intermedi, guardato a vista e via satellite come nel pieno della guerra fredda. Il muro tra la Lituania e l’enclave russa di Kaliningrad è l’ultimo nato, nel 2017, tra le dozzine eretti dopo la caduta del muro di Berlino. Figli spuri dell’idea di separare anziché unire, come quel crollo aveva invece lasciato sperare. Quarantacinque chilometri di barriera metallica, telecamere e sensori a infrarossi costati a Vilnius il triplo del milione e 300mila euro previsti, concessi dall’Unione europea per proteggere la frontiera orientale d’Europa dall’espansionismo moscovita, il ventre molle dell’alleanza atlantica dalla minaccia post sovietica. È un confine di guerra che niente ha da invidiare alle due Coree o a Gaza, quello che corre a sud della Lituania lungo i confini della vecchia Prussia, nocciolo della Germania moderna rimasto in mani russe alla fine della Seconda guerra mondiale. Al pari dei muri eretti da Estonia e Lettonia contro l’ingombrante vicino subito dopo la fine dell’Urss.

Che tali muri si siano moltiplicati nel mondo – una trentina a tutt’oggi – all’indomani del crollo dell’iconica barriera tra le due Germanie è solo uno dei paradossi. Che i confini servano a rafforzare l’idea d’un nemico esterno, siano le orde disarmate dei nuovi mongoli o quelle armate di Putin, è solo l’ennesimo paradosso d’una modernità che guarda al passato più che al futuro. All’idea d’un limes assai sormontabile ma da difendere a ogni costo dal vuoto che vuole proteggere.

MAURIZIO ZUCCARI

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