"Io, geisha, opera d'arte in movimento..."

  • Giappone

ROMA Tazusa è una geisha del distretto di Tokyo. Sarà a Roma dal 6 al 12 aprile nell’ambito di #AGeishaDay, seconda edizione del festival dedicato a questa importante figura della cultura giapponese.

Tutto ciò che so sulle geisha viene da un romanzo scritto da un occidentale, Arthur Golden, 70 anni fa: "Memorie di una Geisha”. Quanto è cambiata la vita delle geisha, nelle società di oggi?
«La Geisha rappresenta il cuore del Giappone, la sua antica cultura e tradizione, quindi in realtà non cambia mai. Se cambiasse non sarebbe più una geisha. L’unico dettaglio è l’avvento della tecnologia anche nel nostro mondo incantato».

In che senso?
«Oggi anche una geisha possiede e utilizza uno smartphone. In certi casi ha un proprio sito».
 
Cosa mi può dire dell’arte della danza e della canzone, di cui siete custodi?
«Pratichiamo le arti tradizionali giapponesi. Ogni giorno ci esercitiamo nel Kaburenjo: danza, canto, musica. Studiamo la cerimonia del tè. Poi ogni geisha sceglie la propria arte: io ad esempio mi sto specializzando nel suonare lo shamisen. Non si smette mai di imparare e perfezionarsi, per l’intera esistenza».

Come si diventa geisha?
«La nostra professione è splendida, ma dura e piena di sacrifici. Molte ragazze intraprendono questo percorso ma poi lo abbandonano lungo la strada. Per diventare una geisha devi essere portata per le arti tradizionali e devi trovare una okiya (casa delle geisha, ndr) che ti accolga. Si abbandonano la vita di prima, la famiglia, gli amici: la persona che eri un tempo non c’è più».

E poi?
«A Tokyo debutti come geisha a 21 anni, prima sei una hangyoku, cioè una apprendista. A Kyoto si inizia la formazione da maiko (l’apprendistato dura 5 anni, ndr) a 15 anni. Si comincia così una nuova vita, in una nuova famiglia, quella della okasan, che diventa la tua geisha madre e delle onesan (le sorelle maggiori, ndr) e delle imotosan (le sorelle minori, ndr) ossia le altre geisha e hangyoku che vivono e lavorano con te. Come simbolo di questa nuova esistenza ricevi anche un nuovo nome».
 
Come è considerata dalle giapponesi contemporanee la figura della geisha?
«In Giappone la geisha è ammirata e rispettata da tutti: le artiste più importanti sono proclamate “Tesori nazionali viventi”».

Ho dato però uno sguardo ad internet ed è pieno di false geisha. Anche per voi la tecnologia è più una concorrente che una amica?
«Come ci sono fake news, così ci sono fake Geisha. Però la tecnologia, attraverso il dialogo e il confronto tra le persone, è un ottimo strumento per smascherare le artiste fake».

Come mai ha intrapreso questa strada?
«Ho deciso di diventare geisha ormai più di due anni fa. Fino a quel momento facevo un altro lavoro, e suonare lo shamisen e ballare minyo erano hobby. Ma quelle arti mi rendevano felice più del mio lavoro, così un giorno ho compreso che desideravo praticarle in una professione che, purtroppo, sta scomparendo».

Tazusa è il suo vero nome? Che ruolo ha adesso?
«Una geisha non può rivelare il nome che aveva prima di entrare a far parte del Karyukai (alla lettera: “il mondo dei fiori e dei salici piangenti”, ndr) né può rivelare la propria età anagrafica. Tazusa è il mio nome d’arte e significa “trasparente”, e sono una hangyoku (una giovane geisha, ndr)».
 
La geisha è una artista?
«Sì, assolutamente. Gei è l’arte, sha la persona. La geisha è dunque un’artista. Anzi, direi un’opera d’arte in movimento».

ANDREA BERNABEO

Foto: Roberto Martino

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