Che cosa vuol dire morire per Baghuz

  • Maurizio Zuccari

Non abbandonate la speranza. Mai. Dice così un rigo del testamento di Lorenzo Orsetti. Guerrigliero andato a combattere e morire tra le file dell’Ypg, l’esercito di liberazione del Pkk, nell’ultima roccaforte Isis, a Baghuz. Non è stato il primo italiano a lasciare la pelle in Siria. Già a dicembre Giovanni Asperti, maturo bergamasco, è morto combattendo coi curdi contro i turchi, però, lasciando due figli piccoli. Perché? Entrambi credevano in un mondo più libero e giusto, con meno mancorrente e menefreghismo. 

Per l’ideale, dunque. Roba da volontari garibaldini. Non è certo per soldi che loro, e la quindicina d’italiani, sono andati in Siria. Come nel Donbass pro o contro Putin, se d’altro colore. Non per mancanza d’alternativa o lavoro. Orsetti un lavoro l’aveva, meglio pagato della modestissima paga da combattente, a differenza di chi ancora s’arruola nella Legione o tra i mercenari – loro sì, strapagati – che militano tra gl’integralisti islamici che l’hanno ucciso, al soldo di ben altri padroni.

Si muore a Baghuz e altrove per fede politica, per un mondo diverso. Per spirito d’avventura. Per fuggire, pure, dal vuoto interiore e di un mondo desertificato dove niente sembra avere più senso, vita compresa. Ed è meglio cacciarsi nei guai degli altri, farli propri, che starsene al chiuso dei propri. Difficile dire, capire davvero, cos’abbia spinto Orsetti. Più facile giudicare – dirli pazzi o eroi – o, meglio, stare zitti. Guardare da un’altra parte e far finta di niente, tanto i riflettori mediatici si spengono subito, sulle sabbie di Baghuz come d’altrove. Starsene a casa, a social accesi e coscienza spenta.

MAURIZIO ZUCCARI

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