Il birrificio rivive ad alta quota

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A quarant’anni ha mollato la vecchia vita da impiegato, lasciando Roma e tornando nella sua terra natale. Così Claudio Lorenzini,50enne nato a Poggio Moiano, quasi tremila anime nel reatino, ha compiuto una scelta personale e in fondo collettiva. Perché Claudio ha deciso di aprire un birrificio artigianale a milleseicento metri di quota, dando lavoro con la sua cooperativa anche ai giovani del territorio. Un’impresa in quello che è stato il cratere del terremoto del centro-Italia, portata avanti con un processo di lavorazione tutto green, dall'energia che si consuma ai residui di lavorazione. «Ho sempre pensato di mettermi in gioco e in questa nuova seconda vita ci ho messo il cuore. Con mia moglie siamo partiti da zero con un laboratorio sperimentale portato avanti da un mastro birraio e comprando i primi attrezzi con la sala cotta di produzione e i fermentatori», racconta Claudio, che ha investito a circa cento chilometri dai luoghi della sua infanzia. Siamo a Cittareale, tra il monte Pozzoni e il Monte Rota, al confine tra Amatrice e Accumuli, nelle terre piegate dal terremoto, ma ancora oggi ricche di sorgenti purissime. «Qui ci sono un rifugio di montagna e un impianto di risalita. E poi ci siamo noi con il nostro piccolo stabilimento. Ho ristrutturato dei garage per costruirci il primo stabilimento di novanta metri quadrati. Poi nel 2013 ho aperto un secondo stabilimento di ottocento metri quadrati. Abbiamo scelto questo spazio perché ci sono tredici sorgenti di acqua oligominerale naturale di altissima qualità. Un’acqua leggera, diuretica, adatta per fare una birra di qualità». Si tratta di una birra realizzata con eccellenze biologiche del territorio, una birra senza glutine che è stata vissuta da chi era impegnato nella ricerca e nella sperimentazione come una sfida riuscita. Claudio le prime birre le ha fatte col farro, col grano e poi con l’orzo.

Per Claudio e la sua impresa le conseguenze del terremoto sono state limitate a livello strutturale, perché lo stabilimento è stato costruito con norme antisismiche. Così lui e sua moglie sono rimasti a vivere sopra il birrificio, non sono scappati. Ma hanno visto tanta gente costretta ad andare via. «La vera crisi si è sentita dopo alcuni anni. In questo senso il nostro sito web Birraadaltaquota.it e i social media ci hanno mantenuto in contatto col mondo intero». Oggi il birrificio artigianale produce 100mila litri all’anno ed è stato premiato con l’Oscar Green di Coldiretti Giovani Impresa. E la specificità della birra di alta quota rende il prodotto ottimo, perché realizzato lontano da centri abitati e autostrade. «Abbiamo scelto poi ogni anno di fare qualcosa di nuovo. Così ci siamo inventati la birra col farro soffiato, l’amaro di birra, le ciambelline con la birra. Addirittura nel 2011primi in Italia la birra al peperoncino. Abbiamo realizzato anche la birra col pane raffermo: in fondo questo prodotto nasce coi Sumeri, che mettevano a fermentare il pane», precisa Claudio.

Il birrificio porta avanti questo progetto con Slow Food, recuperando il pane in eccesso della panetteria Eataly di Roma. Oggi su 1000 litri di acqua vengono utilizzati due quintali di pane secco. E la birra è donata alla Fondazione Slow Food, impegnata col progetto “Menu for change”. Così anche un piccolo birrificio artigianale di montagna può fare la differenza, aiutando il prossimo.

Giampaolo Colletti

@gpcolletti

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