Vivere col genietto: la giornata col figlio “plusdotato”

  • PSICOLOGIA

ROMA Una fonte inesauribile di curiosità , un desiderio impellente di sapere che sgorga così, senza preavviso,  diventando l’unico obiettivo importante.  Giorgio B. lo sa bene: è un bel bambino di 9 anni, vive a Roma  e da qualche tempo adora leggere testi di filosofia antica, si appassiona al latino e la sua testa non smette mai di fare calcoli. A due mesi di vita stava seduto sul seggiolone,  a sei mesi riusciva a stare in piedi, a otto camminava da solo, a un anno parlava e a due anni sapeva scrivere il suo nome. Giorgio è senza dubbio quello che comunemente viene chiamato un piccolo genio, anche se il termine non piace agli esperti, che preferiscono parlare di “bambino plusdotato”. Uno di quelli che la maggior parte dei genitori sogna di avere, ma che invece richiedono una grande attenzione e sensibilità.
 Questi bambini  rappresentano il 5 per cento della popolazione infantile, eppure non esistono programmi speciali per loro. E i genitori sono lasciati soli. «Fare danni in questi casi è molto facile – ci racconta Luisa,  la mamma di Giorgio – La crisi per noi cominciò quando Giorgio cominciò ad andare all’asilo, intorno ai due anni. Lui non aveva mai usato il biberon, il ciuccio o il vasino. Intorno a sé vedeva un mondo  che non lo rispecchiava. Gli altri bimbi facevano cose che non lo riguardavano. Cominciarono così i pianti disperati, gli svenimenti, il rifiuto di noi genitori. Lo portammo da un neuropsichiatra. La sentenza ci colpì nel profondo: il piccolo si sentiva inadeguato e incolpava me  e mio marito di averlo abbandonato in un mondo che non gli piaceva, perché non si sentiva capito. Abbiamo dovuto ricostruire totalmente il nostro rapporto con lui, cambiando il nostro punto di vista e avvicinandoci al suo . Non è stato un percorso facile. Ci siamo dovuti mettere totalmente in discussione. Mio marito ha faticato di più a rendersi conto di avere un figlio speciale. Che richiede cure speciali». Anche gli esperti concordano nel dire che la mancanza di stimoli, può indurre i bambini a chiudersi al mondo esterno e alle relazioni, a non partecipare alle lezioni e infine ad andare male a scuola e ad avere atteggiamenti distruttivi.  
 Uno degli errori che più facilmente si commettono è credere che perché un bimbo ha un’intelligenza più sviluppata, anche la sua emotività sia quella di un adulto. Niente di più sbagliato. Le esigenze emotive, che cambiano da persona a persona, sono comunque quelle di un bambino. «Oggi Giorgio è un bambino sereno - conclude Luisa -  ma a scuola  le cose non sono sempre facili, contrariamente a quello che si potrebbe pensare. Si tratta di bambini che generalmente  hanno una grande immaginazione, sono piccoli inventori, hanno uno spiccato senso estetico, ma poiché spesso si annoiano in classe, capita che  si distraggano spesso  durante le attività scolastiche, si agitano e disturbano, specialmente se sono maschi, oppure si perdono dietro ai loro pensieri, se sono femmine. Nel caso delle bambine, poi è ancora più difficile riconoscerle, perché avendo una maggiore capacità di adeguamento alla realtà che le circonda, riescono meglio a nascondersi nella massa.

«Sempre in cerca di nuovi stimoli»
Si chiama Aget  (www.agetitalia.it), è nata nel 2014 in Veneto  ed è l’unica associazione italiana a riunire esclusivamente i genitori dei bambini e dei ragazzi apc (alto potenziale cognitivo) e plusdotati. Valeria Fazi è la presidentessa dell’associazione.

Come aiutate  i genitori che scoprono di avere un bimbo con doti particolari?
«Siamo un’associazione di soli genitori e il nostro è volontariato puro. Così, tra i nostri obiettivi c'è quello di scambiare informazioni, offrire occasioni di incontro e condivisione, informare sui passi avanti che si fanno dal punto di vista istituzionale. Uno dei problemi più sentiti è la cattiva informazione, nel senso che la stampa e la tv tendono a sottolineare gli aspetti eccezionali, “prodigiosi” dei nostri figli, talvolta anche eccedendo e spesso dimenticando i loro bisogni».

Quali sono gli errori più comuni?
«Noi genitori siamo un po’ gli avvocati dei  nostri figli. Purtroppo, in mancanza di riferimenti normativi e di esplicite direttive del Miur, sta a noi genitori rimboccarci le maniche e batterci perché i bisogni dei nostri bambini siano rispettati e accolti. Il più grande errore che possiamo commettere è quello di "fermarci” e lasciare i nostri figli abbandonati a loro stessi».

Quali sono le vostre ultime iniziative?
«Abbiamo sottoscritto accordi con il Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi (Cnop) e con la Facoltà di Medicina e Psicologia della “Sapienza” di Roma. Sono altresì presenti convenzioni con circoli sportivi, il circuito museale di Roma capitale e altri enti per provare a soddisfare l’insaziabile sete di sapere dei nostri figli.

 

A Pavia è nato il primo “Laboratorio italiano di sviluppo del talento”
È nato nel 2009 a Pavia il primo Laboratorio Italiano di Ricerca e Sviluppo del talento, del potenziale e della plusdotazione, sotto la direzione scientifica della professoressa Maria Assunta Aanetti. L’obiettivo è quello di aiutare i ragazzi dotati di elevate capacità cognitive a sviluppare appieno il loro potenziale.

Professoressa Zanetti, in che modo ci riuscite?
Gli interventi del Laboratorio sono rivolti alle famiglie e agli insegnanti quali supporto indispensabile e punto di riferimento durante la crescita dei ragazzi.

Come arrivano da voi i ragazzi?
Inizialmente solo su indicazione dei genitori, che vedono nel loro bambino un funzionamento diverso spesso tra casa e scuola. Un fenomeno chiamato tecnicamente underachievement, cioè la discrepanza tra il rendimento scolastico di un bambino e il suo elevato quoziente di intelligenza. Una volta che abbiamo completato l’iter di valutazione del bambino, che dura un paio di mesi, la proposta che si fa alla famiglia è di coinvolgere la scuola per accompagnare il piccolo con percorsi personalizzati e supportare gli insegnanti nella progettazione di attività didattiche adeguate. Dal 2010 a oggi abbiamo preso in carico oltre 400 ragazzi, di cui 50 femmine. proponiamo inoltre attività presso il nostro laboratoriosia di supporto cognitivo che socio-emotivo.

Cosa è più dannoso per questi talenti?
Il rischio è che si creino aspettative troppo alte su di loro e che vengano troppo intellettualizzati. Va ricordato che sono bambini, con un repertorio emotivo non sempre pronto a gestire emozioni e sentimenti. Il  consiglio è quello di evitare di spingere sulla prestazione, ma cercare di tenere in equilibrio cuore e mente.

VALERIA BOBBI

 

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