Il caso Carige e le nostre banche

  • Maurizio Guandalini

Tralasciamo i prestiti a chi non tiene soldi e dotte elucubrazioni dei vantaggi per l’economia mondiale, per il resto chi spiega cosa serve una banca? Cioè, paghiamo per custodire i nostri soldi. Fermi. Senza avere la matematica certezza che sono al sicuro e che, soprattutto, sono effettivamente disponibili. Oltre, s’impatta ancora in altri costi che, non vi sarà sfuggito, sono corposamente aumentati, per pagare, a nostro nome, bollette, per inviare bonifici, per sanare i crac di banche sorelle, mal gestite da signori dai lauti stipendi. Improvvidi investitori in robaccia e prestatori di denaro, non loro, ad amici degli amici. Pressappoco, i tonfi finanziari, hanno la stessa trama. In Italia meno che altrove. Meno, addirittura, della teutonica Germania, carica di derivati, quella robetta esplosiva,  che se dovessero scoppiare prenderebbe una tranvata l’intero sistema.

Il soggetto passivo, il risparmiatore, sta lì come un allocco. Sperando che di non essere il prossimo da mazzolare. Mentre la tutela, quando è richiesta, la fa lo Stato. Ora in Carige, prima nelle altre banche. Fino alla mega spesa per Monte Paschi. Praticamente Casa Italia, noi, aiutiamo un privato, motore del mercato finanziario, a tenere botta. Meno male che non abbiamo tanti fallimenti. Ma non può essere una pratica a fondo perduto. Anche perché, meglio sarebbe, fondare una bella banca dello Stato e mettere i soldi lì. Che vuol dire reggere una impalcatura spuria, a mezza via, funzionante a intermittenza, secondo convenienza del conto corrente? Dovremmo caricarci, tra le passività, gli obbligazionisti e gli azionisti che hanno perso un loro investimento, fatto in completa libertà, senza costrizione e con lo slancio di ricavarne lauti guadagni?

Con riforme e controriforme non si capisce bene con che banca abbiamo a che fare. Ci hanno dato da intendere che in nome della matrigna globalizzazione c’era da unirsi e volersi più bene. Col risultato che ci ritroviamo sotto casa a parlare con un bancomat.

MAURIZIO GUANDALINI

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