«Così restituisco un nome ai migranti morti nei naufragi»

credit Salvatore Cavalli
  • CRISTINA CATTANEO

«Se tua figlia fosse morta in un incidente aereo, non vorresti che fosse identificata?» È tutta in questa risposta ad un amico scettico l’impresa immane dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, 54 anni, docente e direttrice del Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense da lei fondato nel 1995 a Milano: dare un nome alle vittime dei naufragi nel Mediterraneo. A partire dalla tragedia del 3 ottobre 2013, in cui morirono 366 migranti davanti a Lampedusa, fino al recupero e il trasporto nella base di Melilli, nel 2016, del barcone con il suo carico di mille morti, naufragato il 18 aprile 2015 nel canale di Sicilia. Cattaneo, nota per casi importanti come quello di Yara, ha voluto ripercorrere in un libro “Naufraghi senza volto” (Cortina Editore, pp. 198, euro 14) quell’impresa resa possibile dalla collaborazione di Marina, vigili del fuoco, 12 università e dall’impegno del commissario straordinario di Governo per le persone scomparse, il prefetto Vittorio Piscitelli (figura unica in Europa istituita nel 2012). Un resoconto drammatico che tra raccolte di resti, catalogazione e incrocio con i dati forniti dai parenti, racconta la migrazione dal punto di vista dei sommersi, direbbe Primo Levi, in questo caso letteralmente. «Ho sentito l’urgenza di scrivere perché restasse memoria di cosa l’Italia è stata capace di fare mettendo la scienza e le nostre competenze al servizio dei diritti umani. Dietro ai morti senza nome ci sono vivi che hanno diritto di sapere che fine hanno fatto i loro cari e l’Italia ha inventato un protocollo, che ora è un modello per tutto il mondo».

Qualcuno di questi tempi potrebbe obiettare che è uno spreco di soldi.
«Al contribuente italiano il nostro lavoro scientifico non è costato un euro, è stato finanziato da fondazioni e privati sensibili alla causa».

Lei descrive come avete repertato i resti, scrive di pagelle trovate nelle tasche o sacchetti di terra natia cuciti nei vestiti che raccontano speranze e nostalgie. Poi avete incontrato i parenti. È più difficile avere a che fare con i morti o con i vivi?
«Con i vivi certamente. Condividi la frustrazione di chi non riesce a trovare il proprio caro. Ma è anche bello quando vedi una zia che riconosce il nipote e può finalmente elaborare un lutto, o un bambino in Somalia che può essere adottato perché la madre morta è stata identificata grazie ad un tatuaggio».

Sul barcone di Melilli di un bambino avete trovato solo un dentino.
«Sì, sappiamo che il carico era soprattutto di adolescenti subsahariani, ma qualche testimone parlava di donne e bambini. Uno lo abbiamo trovato, ancora non ha un nome».

A che punto siete con l’identificazione?
«Per Lampedusa siamo stati contattati da 53 famiglie e abbiamo identificato 40 persone. Quanto al barcone si riuscirà a sapere quanti erano esattamente i morti forse fra un anno e mezzo, quando finiremo di esaminare le 25mila ossa sparse che abbiamo recuperato.  Grazie alla Croce Rossa siamo stati contattati da un centinaio di famiglie del Mali e della Mauritania. Ma non può occuparsene solo l’Italia: i morti naufragano nel Sud Europa per raggiungere parenti che sono al Nord Europa. Tutta l’Europa se ne faccia carico».

 Ci sono morti di serie A e di serie B?
«Certo, Totò aveva torto a dire che la morte è una livella».
PAOLA RIZZI
@paolarizzimanca