Il camorrista Antonio si sente Robin Hood

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INTERVISTA Il destino può nascondersi anche in un paio di scarpe extralarge, a quanto pare. Il libro della giornalista di Metro Orietta Cicchinelli, “Il karma in un paio di scarpe” (Tuga Edizioni, 128 pagine, 10 euro), è un viaggio che incrocia camorra, Vallanzasca, delitto del Circeo, la coppia Morucci-Faranda e alla fine ci consegna pure un messaggio positivo.

Dove l’hai scovata questa storia?
«L’ho incontrata per caso un mattino d’aprile. Un ex camorrista mi avvicinò in un caffè per dirmi che aveva letto il mio libro “Hijo de Puta”, e che aveva anche lui una storia da raccontarmi: la sua».

Dopo il legionario Giovanni di Hijo de Puta, ecco il malavitoso Antonio Nocera. Si può dire che i tuoi personaggi trovano sempre un riscatto attraversando le asperità di una vita tormentata e, alla fine, a loro modo, vincono?
«Ha senso parlare di vittoria in questa vita? C’è veramente qualcuno che vince o che perde? Se la risposta è sì, allora posso dire che Giovanni e Antonio sono dei vincenti, perché hanno avuto il coraggio delle proprie azioni. Ma resta il dubbio che noi possiamo solo in parte essere artefici del nostro destino e ci deve essere da qualche parte un deus ex machina che sorride dei nostri deliri di onnipotenza».

Dei “cattivi” non si riesce a fare a meno. Perché alla fine del libro noi lettori quasi parteggiamo per Antonio?
«Forse perché, per dirla con Gino Paoli: “se non mi andava bene con le canzoni forse ero dalla sua parte e c’era un ladro in più”. Antonio è stato un bambino, 7° figlio di una famiglia poverissima, nato in un contesto difficile dove se non andavi a scuola eri facile preda della criminalità organizzata. Viene cacciato dalla scuola media di Nocera Inferiore perché si ribella ai bulli, e non può fare altro che mettere il suo talento al servizio della famiglia Cutolo, la sola pronta ad accogliere il ragazzo a braccia aperte».

Antonio è un malavitoso di talento. Scala i ranghi. Eppure non è interessato ai soldi. Ha un codice etico, aiuta i più deboli. Come è possibile?
«Perché si sente più vicino al leggendario Robin Hood che a Cutolo, Barra e compagni. Lui sa, è convinto di essere nel giro del malaffare per colpa di un paio di scarpe per giunta non sue».

È una storia che parte dalla povertà e non finisce nella ricchezza. Cosa cambierebbe Antonio della sua parabola?
«Lui dice di non avere rimpianti. Ci tiene a precisare che non è un pentito, ma un dissociato: quando certi “valori” contenuti nel codice etico della camorra, che lui pure aveva sposato, vengono meno Antonio prende un’altra strada. Oggi spera che la sua storia sia d’esempio al contrario per i giovani che tendono a emulare il cattivo di turno».

A.B.