Pechino, dalla Muraglia alle mire sull'acqua

  • Maurizio Zuccari

All’inizio fu Qin Shi Huangdi, primo imperatore cinese, quello dell’esercito di terracotta e della muraglia. Alla ricerca della mitica fonte della giovinezza spedì una flotta a Oriente, di cui si perse ogni traccia. 
Poi fu la volta della dinastia Ming, che ai primi del ‘400 – oltre mille anni dopo Qin – mandò l’ammiraglio Zheng He (musulmano) a girovagare per il mondo con le sue navi, fino in America assai prima di Cristoforo Colombo. 
Tranne questi precedenti, la Cina è sempre stato un paese coi piedi piantati a terra piuttosto che con gli occhi puntati sull’oltremare. 
Dall’inizio del Terzo millennio, però, la radicata vocazione terrestre cinese è mutata. L’ex Celeste impero non è più solo una potenza continentale, ma vuole diventare la prima forza marittima dell’Asia, una potenza moderna da qui al 2035 e mondiale entro la metà del secolo. Il Mar cinese meridionale, nuova via della seta dove passa l’80% dei traffici cinesi, merci per 5 trilioni di dollari, riserve petrolifere stimate oltre 10 miliardi di barili e di gas immense, è il cardine della nuova strategia, porta d’accesso della Cina al mondo. 
Una porta che gli Stati Uniti cercano di tenere sbarrata, in nome della libertà dei mari e d’un predominio che finora è stato assoluto. Se la superiorità Usa nell’area resta schiacciante quanto a portaerei, con un centinaio fra navi e sottomarini entrati in servizio nell’ultimo ventennio la conta è già a favore di Pechino. 
Con tanta roba sopra e sotto il pelo dell’acqua gli incidenti sono all’ordine del giorno. L’ultimo ha fatto salire la tensione alle stelle. Gli altri paesi rivieraschi – Vietnam, Taiwan, Filippine e Corea – stanno a guardare i cinesi creare isole dal nulla e militarizzare l’arcipelago delle Spratly. Restano sulla soglia di un mondo che può chiudersi prima ancora d’aprirsi.

MAURIZIO ZUCCARI

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