I ragazzi, quei selfie e una morte assurda

  • Maurizio Baruffaldi

Si alza troppo presto, nemmeno le nove, nonostante la domenica sia l'unica mattina senza lezioni e potrebbe dormire. Corre da me e mi mette sotto gli occhi lo schermone del suo smartphone. Non parla, lo sguardo spalancato, lascia che io legga. Il titolone della notizia: il selfie e il volo tragico dal tetto del Centro Sarca. Resto come un padre può restare di fronte alla morte ignorante di un ragazzino che ha l'età di sua figlia. Frequentava il Montale, scuola attaccata al suo Liceo Casiraghi, dentro il Parco Nord, mi dice. Lo conosceva di vista, era di una compagnia che incrociava la sua. - Era un amico di Davide, pà! - Lo dice come se solo per quello, non avrebbe dovuto morire.  Scoprirò più tardi che i selfie sono lo scopo, ma non sono la causa della caduta: è tremendo, lo so, ma in qualche minuscolo modo mi consolerà. E i due genitori? Non pensarci, Maurizio. Non pensarci. E prendo la faccia di mia figlia tra le mani. Come se volessi interrogarla, proteggerla, supplicarla. Lei va su quel tetto. Ci è andata più volte con la sua compagnia e il suo spavaldo fidanzato. Da quel tetto  si vede il Carroponte. Da quella postazione dominante ascoltano i concerti dei loro rapper. Senza pagare il biglietto che prosciugherebbe la 'paghetta' settimanale. Conferma che posso stare tranquillo, non ci andrà mai più, e poi adesso sarà impossibile, faranno mega controlli. Mi spiega che c'è una specie di ringhiera, facile da scavalcare, e dopo questa un profilo che dà nel vuoto. C'è chi si mette lì a farsi questi selfie del menga.  Non hanno paura della morte, la guardano in faccia. Quella faccia che 'selfizzano' ossessivamente, quasi a volersi dimostrare vivi, importanti. Fa parte dell'onnipotenza gracile dell'adolescenza, dire queste cazzate. Niente di nuovo. La morte però non ha una faccia. Non può farsi i selfie. Usa la tua, per specchiarsi.

MAURIZIO BARUFFALDI

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