Casamonica L'inizio della fine

  • Roma

ROMA A Roma non c’è la mafia, ma le mafie. Con i 37 arresti di ieri (tra cui 13 donne) la Dda di Roma per la prima volta contesta alla famiglia Casamonica l’aggravante del metodo mafioso, come già accaduto per il clan Spada.

Un’indagine complessa e delicata, quella coordinata dalla Dda capitolina e condotta dai carabinieri della Compagnia di Frascati, e del Comando Provinciale, avviata nel 2015, prima dei funerali romani del capofamiglia Vittorio, le cui immagini fecero il giro del mondo. Gli arresti sono stati effettuati da 250 militari tra Roma, Reggio Calabria e Cosenza: tra le persone colpite dalle misure restrittive ci sono infatti anche due calabresi, uno dei quali legato alla famiglia ‘ndranghetista degli Strangio. Da loro i Casamonica si rifornivano di cocaina, per smerciarla nella zona sud della Capitale. In particolare il gruppo di abitazioni del clan in vicolo di Porta Furba era una piazza di spaccio impenetrabile, attiva 24 ore su 24, sette giorni su sette.

Le altre attività del gruppo erano l’usura e l’estorsione. Tra i 20 casi di strozzinaggio finiti nell’inchiesta, più di un commerciante finito nella rete dei Casamonica ha continuato a pagare senza più contare i ratei, anche per 15 anni di seguito, considerando il denaro speso come una “protezione” da parte del clan.

Tra gli arrestati c’è anche Domenico Spada, ex campione italiano di pugilato,  titolare di una palestra a Marino, sequestrata.

È stata la cognata di uno degli arrestati a dare impulso alle indagini. La donna, italiana, aveva avuto da uno dei Casamonica (sposato con cerimonia sinti) tre figli, ma non voleva vivere secondo le regole gitane. Era stata segregata dalle donne della famiglia, riuscendo però a fuggire e successivamente a rivolgersi alle forze dell’ordine.
E le donne del clan ieri hanno aggredito in vicolo di Porta Furba una giornalista di Repubblica e una troupe del Tg2 mentre svolgevano il loro lavoro.

PAOLO CHIRIATTI

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