«Il mio film sui migranti è diventato realtà»

  • Una luna chiamata Europa

CINEMA Di profughi in fuga, di confini in cui scorre il sangue e di angeli. Di questo racconta “Una luna chiamata Europa” by Kournel Mundruczo, dopo la presentazione in concorso al festival di Cannes, da giovedì in sala, bruciante (perché attualissimo) e, insieme, favolistico.

Ma che cosa vuol dire il titolo?
«Una delle lune del pianeta Giove, scoperte da Galileo, si chiama Europa. Per me era importante considerare questa una storia europea, radicata in un’Europa in crisi, inclusa l’Ungheria, ma volevo anche dargli un’aria da fantascienza contemporanea».

Ma è un film pieno di migranti e con un ragazzo-angelo al centro, un ragazzo che vola e non muore. Vuol parlare di futuro o di presente?
«Purtroppo all’inizio il film avrebbe dovuto essere ambientato nel futuro ma, mentre stavamo cercando i finanziamenti, tutto è diventato reale, i rifugiati, i confini alzati, i morti. Allora abbiamo pensato di utilizzare l’attuale crisi come contesto per ripensare i miracoli».

Che posto ha qui la religione?
«Ho sempre pensato che esista una fede totale e universale, al di là di quella relativa dettata da una cultura e da un periodo; una fede che possa avere un impatto su tutti, specialmente in un’epoca in cui siamo classificati in base ai soldi e al successo, secondo l’onnipresente Dio del populismo. Quindi il film parla dei rifugiati ma è anche una domanda su cose assolute o misteriose che si incontrano».

 

SILVIA DI PAOLA