Perché il decreto dignità non ridurrà il precariato

  • massimo famularo

Il decreto dignità, recentemente approvato dal Consiglio di ministri, è stato presentato come una misura per ridurre il precariato. Tuttavia la logica sottostante le modifiche alla normativa sui contratti di lavoro appare viziata e, come evidenziato dal coro quasi unanime di dissenso degli esperti rischia di avere effetti opposti a quelli desiderati dai suoi estensori. 

La nuova normativa aumenta del 50% l’indennità dovuta in caso di licenziamento senza giusta causa e rende più oneroso utilizzare i contratti di lavoro a termine la cui durata massima viene ridotta da 36 a 24  mesi. Il ragionamento ingannevole prevede che, se è più costoso licenziare, le aziende dovrebbero farlo di meno, così come l’aumento degli oneri per i contratti a termine dovrebbe ridurne l’utilizzo.

Nella realtà, le decisioni di licenziamento dipendono dal rendimento dei singoli lavoratori e dalle aspettative che l’azienda ha sul proprio futuro: se un’azienda ritiene che non sia più conveniente mantenere in organico un dipendente, non sarà certo l’aumento dell’indennità a fargli cambiare idea. 

Se però licenziare diventa più costoso, chi sta valutando la possibilità di nuove assunzioni ci penserà due volte prima di procedere. Dunque la modifica introdotta non contribuirà a ridurre il precariato, ma potrebbe scoraggiare entro certi limiti le nuove assunzioni. 

Discorso analogo per i contratti a termine: se un datore di lavoro non è certo di aver bisogno per un tempo indefinito di risorse aggiuntive, preferirà un contratto a tempo determinato, anche se costa di più. 

Mettendo insieme le due considerazioni si può concludere che gli unici effetti certi del decreto dignità saranno costituiti da costi maggiori per le imprese, senza alcuna plausibile influenza sulle condizioni dei lavoratori precari e sulla frequenza di utilizzo dei contratti a termine. 
Inoltre è altresì possibile che gli oneri aggiuntivi introdotti abbiano l’effetto di deprimere le scelte di investimento delle imprese e di scoraggiare nuove assunzioni. 
MASSIMO FAMULARO
Frontis NPL

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