Migranti, solidarietà e la retorica del business

  • PAOLA RIZZI

Nel lungo discorso del premier Conte, tra le molte cose elencate in modo più o meno vago, uno dei passaggi più efficaci è stato l’enunciazione dello slogan «Stop al business dell’immigrazione!» con la  postilla «metteremo fine a un business cresciuto a dismisura sotto un mantello della finta solidarietà». Condivisibile: cosa c’è di più odioso della finta solidarietà?  Sottotraccia è il riferimento a fenomeni criminali come quello di mafia capitale. Ma l’ambiguità, che si chiarisce meglio leggendo il contratto di governo, è che qui non si parla solo del businness “illegale” dell’immigrazione, a quello ci pensano  la magistratura e le forze dell’ordine.  Il tema è proprio quello del business legale, ossia i privati che percepiscono fondi per gestire l’accoglienza dei richiedenti asilo, fondi su cui Salvini ha promesso di calare la scure. E’ la rete dei Cas, centri di accoglienza straordinaria, che accoglie il 70% dei richiedenti asilo, 147mila secondo i dati più recenti, mentre solo 25mila sono ospitati negli Sprar, i centri gestiti dai Comuni, anche perché solo 1000 Comuni su 8000 hanno aderito. Quindi la necessità di affidarsi alla presunta “finta” solidarietà dei privati che lucrano nasce anche dalla vera assenza di solidarietà dei sindaci che non vogliono migranti, soprattutto se neri, tra i piedi e hanno costretto le prefetture a trovare soluzioni in fretta e furia per gestire l’emergenza sbarchi con bandi dalle maglie molto larghe.  Il risultato sono realtà molto diverse, alcune eccellenti, altre pessime, dove i famosi 35 euro a migrante (di cui solo 2,5 finiscono nelle tasche dello stesso) possono essere spesi bene o male, nella quasi totale assenza di controlli, che poi è il vero cuore del problema. L’ideale sarebbe che non ci fossero più sbarchi e se Salvini ci riuscirà senza trasformare il Mediterraneo in una fossa comune o la Libia in un enorme campo di concentramento bene. Ma la retorica del business sta a zero: sarebbe come prendersela con gli imprenditori privati che fanno profitti sulle malattie perché gestiscono ospedali in convenzione con lo Stato che dà loro soldi, tanti, per ogni prestazione. E’ chiaro che più ci ammaliamo più guadagnano, fa brutto, ma l’importante è che lo facciano bene e che qualcuno controlli. E anche qui non sempre succede.

PAOLA RIZZI

 

 

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