Quei nomi maledetti negli annali della “nera”

  • Cronaca

ROMA C’è una regola che lega tutti i “fattacci” di nera: sono sempre i cattivi a essere ricordati. Le vittime restano sempre sullo sfondo, fino quasi a scomparire con il passare degli anni. E la cronaca più efferata trasfigura i suoi eroi negativi, le cui parabole diventano soggetti per romanzi, serie televisive di successo, o film che travalicano i confini nazionali. In questi giorni è uscito al cinema “Dogman” di Matteo Garrone, un regista che dai delitti ha già tratto alcuni dei suoi film più riusciti. E così la vicenda di Petro De Negri, “er Canaro” diventa l’emblema di un rapporto tra vittima e carnefice in cui i confini sono tutt’altro che netti. E che riaccende dubbi sulla verità giudiziaria di quanto accadde 30 anni fa nella bottega di toelettatore di quell’uomo conosciuto da tutti come una persona mite, prima che infliggesse a Giancarlo Ricci torture raccappriccianti.

Criminalità stradaiola

Antonio Del Greco, il funzionario di polizia che arrestò De Negri, ha più volte ricordato come per farlo confessare, provocò “er canaro” sostenendo che uno come lui non poteva fare nulla del genere: lui era quello debole, succube di Ricci: «De Negri, cambiò voce, gli si illuminarono gli occhi, e iniziò a descrivere minuziosamente quello che aveva fatto. Noi stentavamo a crederci (e a 30 anni di distanza non ci ha mai creduto nemmeno la madre della vittima), ma quei poveri resti li avevamo visti». Era il 1988, a finire sulle pagine dei giornali di allora c’era una criminalità tutta italiana, più feroce e “stradaiola” di quella odierna, i cui protagonisti avevano “nomi d’arte” conquistati sul campo.  “Er canaro”, che da quando uscì di galera nel 2005, ha sempre chiesto di essere lasciato in pace, non è uno di loro, ma la cronaca -e prima di lei la vox populi della Magliana- voleva un epiteto che ricordasse per sempre l’autore di quel massacro.

Confronto duro ma chiaro

«I veri fuorilegge, con soprannomi degni delle loro gesta oggi sono spariti» racconta Franco Aloisio, vicecommissario della squadra mobile di Roma, uno degli ultimi poliziotti ancora in servizio che arrestò tanti tanti criminali legati alla Banda della Magliana: «Avevano carisma, e rispetto ai criminali di oggi erano davvero cattivi. In un certo senso anche noi. Di sicuro parlavamo lo stesso linguaggio, e se da una parte il confronto era più duro, di certo era anche più chiaro. Qualche tempo prima che scoppiasse Mafia Capitale avevamo convocato Massimo Carminati (er Cecato, ndr) qui alla mobile per degli accertamenti. Guardandosi intorno, mi ha guardato e ha scherzato: "Nemmeno voi siete più quelli di una volta”».

Sei esempi

Angelo Epaminonda detto il Tebano
Nato a Catania si trasferisce a Milano e dagli anni ‘70 gestisce affari e omicidi per conto della mafia etnea. Ha confessato 17 omicidi, otto dei quali in una sola notte. Deve il suo soprannome al condottiero di Tebe Epaminonda (vissuto nel IV secolo A.C.) per la sua determinazione. È morto nel 2016.

Renato Vallanzasca detto il Bel Renè
È battezzato  “il  bel Renè” per i successi con le donne. Tra rapine, sequestri di persona e omicidi (sette), ha collezionato quattro ergastoli e 295 anni di reclusione. Ottiene il permesso di uscire dal carcere per andare a lavorare nel 2012. Nel 2014 finisce di nuovo dentro per un banale furto in un supermercato.

Luciano Lutring detto il Solista del Mitra
Il padre e la madre desideravanoche diventasse violinista, ma nonostante avesse imparato a suonare lo strumento, il suo talento è per le rapine. Utilizzava la custodia del violino per nasconderci il mitragliatore ed entrare nelle banche senza destare sospetti. Da qui il suo soprannome.

Antonio Mancini detto l’Accattone
Tra i boss storici della Banda della Magliana, Antonio Mancini viene soprannominato l’Accattone in omaggio all’omonima pellicola di Pierpaolo Pasolini, un film che ammira e che ha visto più volte. Nasce come rapinatore ma è tra i fondatori del sodalizio criminale romano, da cui si è poi dissociato.

Danilo Abbruciati detto Er Camaleonte
Altro nome storico della Banda della Magliana, si fa notare (e malvolere)  per la sua capacità di entrare in tutti gli ambienti: criminalità comune, mafia, neofascisti, mondo imprenditoriale e servizi segreti. Muore a 37 anni mentre tenta di uccidere il vicepresidente del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone.

Manlio Vitale detto er Gnappa
A Roma gnappa sta per persona bassa, ma nel caso di Manlio vitale, al di là dei centimetri la statura criminale è ragguardevole. Finita l’epoca della Banda della Magliana,  è arrestato più volte. Nel 2016 i carabinieri lo ritengono il capo di un gruppo specializzato in rapine in villa con sequestro di persona.

PAOLO CHIRIATTI

Articoli Correlati

Microcar “modificate”sequestrate dai Carabinieri

Tre le vetture finite nel irino dei militari durante i controlli del fine settimana

Platano cade su autobusferito l'autista

L'incidente nella notte tra sabato e domenica

Erdogan, scattato il piano per la sicurezza

Il presidente turco è atterrato ieri sera alle 20: oggi gli incontri ufficiali