Il cinema piange Vittorio Taviani

  • Vittorio Taviani

CINEMA Non potremo più dire, al presente, “i Taviani”. Con la morte di Vittorio, classe 1929 contro il 1931 del poco più giovane fratello Paolo, si è sciolto uno dei sodalizi più fertili e geniali del cinema italiano. Composta dai due fratelli registi e sceneggiatori di San Miniato, dai primi passi al Cineclub di Pisa all’ultimo film realizzato a quattro mani lo scorso anno, il drammatico “Una questione privata”, la loro coppia ha fatto una parte importante e nobile della storia del cinema italiano, in particolare di quel cinema che ha aiutato gli italiani a leggere la loro storia, anche recente.

Tra gli innumerevoli premi ricevuti, sette David di Donatello, Palma d’oro, Orso d’oro (con “Cesare deve morire” girato in stile docu-drama, dove a recitare sono i detenuti del carcere di Rebibbia, diretti dal regista teatrale Fabio Cavalli) e anche un Leone d’oro, questo alla carriera.

Il debutto sul grande schermo risale al 1962, quando i Taviani firmano il lungometraggio “Un uomo da bruciare”, con Gian Maria Volonté, ispirato alla vita di Salvatore Carnevale, bracciante, socialista di Sciara (Palermo), attivo nel sindacato e nel movimento contadino, freddato da killer in Sicilia nel 1955. Fra i loro titoli più noti spiccano “Allonsanfan”, “Padre padrone”, “La notte di San Lorenzo”, “Kaos”.
Per Vittorio Taviani, spentosi a Roma dopo una lunga malattia, non ci sarà una cerimonia funebre pubblica, il corpo sarà cremato.

 

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