Vivere "sconnessi"? Sarebbe difficile, ecco quanto

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Nel ventunesimo secolo è ancora possibile vivere senza uno smartphone? Dopo il film “Sconnessi” la domanda è sorta spontanea. La nostra società che oramai vive in un mondo “tecnoloquido” è basata su una continua manipolazione da internet: in media il proprio telefono viene toccato  all’incirca 2600 volte al giorno, quando, in realtà, il numero delle volte in cui realmente serve è di 14.

Basti solo pensare alla prima cosa che accade ogni mattina: la sveglia. Il rimanere senza cellulare comporterebbe quindi il dover ricomprare una sveglia da comodino, ricordarsi di caricarla ogni sera e cambiare le batterie quando questa si scarica. Gli impegni inseriti nell’agenda online sarebbero probabilmente dimenticati.

Un’altra grande comodità dell’era digitale è anche il poter avere costantemente notizie aggiornate rimanendo comodamente nel proprio letto; senza questa scatoletta elettronica bisognerebbe alzarsi, vestirsi, uscire di casa, trovare l’edicola più vicina e comprare un giornale. Chi è che, invece, nel 2018 è ancora in grado di utilizzare una mappa cartacea? Ormai per ogni spostamento è di fondamentale importanza avere “Maps” nel telefono e seguire le sue indicazioni.

Per non parlare di quanto si è dipendenti dal postare costantemente foto e aggiornamenti di stato soltanto per far sapere che cosa si sta combinando durante la propria giornata: è un qualcosa che dà sicurezza, dà identità. Attraverso uno smartphone è possibile monitorare le giornate dei propri conoscenti. È presente, oramai, questa costante ossessione di dover avere tanti “amici” su Facebook o molti follower su Instagram e Twitter, ma chi sono realmente queste persone e con quante di loro ci si fermerebbe a parlare? Le relazioni sono frivole e senza fondamenti, basate su un costante narcisismo. Nell’odierna psicologia è stato coniato un termine esatto per spiegare questa leggerezza nel vivere i rapporti interpersonali, chiamato “relazione light”.

D’altro canto la funzione principale del cellulare andrebbe completamente persa: oggigiorno sono sempre meno quelli che possiedono un telefono fisso. Senza un cellulare, quindi, come si potrebbe comunicare? Quando ancora non si era vincolati dagli smartphone, si era costretti ad alzare la cornetta di casa sperando che dall’altra parte rispondesse qualcuno. Oggi, invece, la sensazione dell’attesa di una chiamata è completamente sconosciuta: si può realmente parlare con una persona e chattare contemporaneamente con altre dieci.

Si è diventati così vincolati che oramai si può parlare con il proprio telefono dandogli delle indicazioni e aspettare che questo risponda.

Da un punto di vista psicologico sono, quindi, nate nuove patologie come la paura di non essere raggiungibili chiamata “nomofobia” e il “phubbing”. Quest’ultimo indica un atteggiamento che si basa sull’ignorare il proprio interlocutore per prestare più attenzione al cellulare: termine coniato nel 2013 che ha velocemente preso piede nella quotidianità. Secondo lo studio della società americana Dscount's vengono perse più di 5 ore al giorno che sono invece impiegate per guardare il proprio smartphone.

Questa costante iper connessione fa vivere le persone in due tipologie di mondi: quello reale e quello virtuale ma, nonostante ciò, nell’era dell’intelligenza artificiale, di certo non sarebbe più possibile viverne senza.

GIORGIA BONDANINI

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