«La mia lotta quotidiana per i popoli indigeni»

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ROMA «Rischiamo la vita ogni giorno, ogni momento. Siamo minacciati dai cercatori d’oro illegali, dai tagliatori di legname, con la complicità della politica. Oggi in Brasile non ci sono più regole. E l’uccisione della consigliera e attivista Marielle Franco è purtroppo solo uno dei casi». Lo dice con una incredibile pacatezza e serenità nello sguardo, Nara Barè, a giorni quarantenne, la prima donna che guida il Coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia Brasiliana (Coiab), la più grande organizzazione brasiliana nata 28 anni fa che rappresenta 375 popoli.  Abbiamo incontrato Nara a Roma, presso la sede di Greenpeace Italia che l’ha ospitata in un tour italiano che ha compreso due incontri pubblici, a Roma e a Milano. Ed è la seconda volta in pochi anni che viene in Europa.

«Alla Cop di Parigi abbiamo presentato le nostre istanze e fatto conoscere i problemi degli indigeni che sono strettamente collegati ai cambiamenti climatici. Il taglio indiscriminato della foresta amazzonica è un problema non solo nostro».

Cosa avete chiesto?
Consapevolezza. E di ricominciare con la perimetrazione delle nostre aree. Attualmente i tagliatori di legname ci stanno cacciando dalle nostre terre per coltivare soia e allevare bestiame laddove c’era una  volta la foresta.

Ci sono stati risultati positivi?
Il Brasile ha sottoscritto gli accordi e i trattati. Ma di fatto non agisce. Attualmente c’è una situazione molto illegale in Brasile e tutti i diritti vengono compressi, non solo i nostri. Ma nel nostro caso si tratta del diritto alla vita e alla sopravvivenza. Dopo Parigi la Norvegia incrementò l’investimento in Brasile per progetti a protezione delle nostre comunità e della foresta. Il problema è stato che quei fondi venivano gestiti dal governo e non si sono tradotti in azioni  concrete. Così la Norvegia ha deciso di fare un passo indietro e ridurre i fondi.

La comunità internazionale cosa può fare per voi?
Molto. Intanto alla Cop23 di Bonn è stato dimostrato che il nostro stile di vita è un’arma contro i cambiamenti climatici, grazie alla nostra interazione con la terra, e il territorio, consumando e producendo non in grande scala, utilizzando le risorse in modo sostenibile con una reciprocità tra noi e la terra. Per noi la foresta è madre, e la proteggiamo. Se a livello internazionale si accetta questo, allora si riconosce un valore al nostro stile di vita.

Le importazioni di soia e legname dal Brasile sono una voce importante nell’economia europea…
Non chiediamo di fermarle ma di certificare quella produzione che avviene nel rispetto delle risorse. Perché se la foresta Amazzonica scompare perdiamo tutti, in tutto il mondo, non soltanto noi indigeni.

STEFANIA DIVERTITO

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