San Felice, forse trovata la catacomba scomparsa

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ROMA La catacomba di San Felice è uno degli ultimi grandi misteri dell’antica Roma: quello che era uno dei più estesi e venerati cimiteri sotterranei con il tempo è scomparso nel nulla, sprofondato nelle viscere della Città Eterna. Ora potrebbe essere finalmente riscoperto grazie alle ricerche - con tanto di aiuto dai satelliti - condotte da Giancarlo Ciotoli (Cnr) e Stefania Nisio (Ispra). Il cimitero di San Felice II - rimasto nascosto sulla via Portuense fino al suo martirio -  era una vasta necropoli sotterranea sorta nel II-IV secolo dopo Cristo. La catacomba era «al terzo miglio dell’antica Portuense», nel settore meridionale dell’area urbana romana.

Sotterranei fantasma

Nel periodo medievale il sito era meta di un diffuso pellegrinaggio alle spoglie del popolare Santo e le testimonianze ricordano che il cimitero sotterraneo era così vasto da rivaleggiare con quello di San Callisto (20 km). In seguito l’ingresso e l’ubicazione della catacomba si sono persi. Persino la chiesa di San Felice, dalla quale si accedeva, è scomparsa nel nulla. «Invano nel corso dei secoli in molti sono andati a caccia di quelle gallerie e dei ruderi della chiesa - ricorda la ricercatrice Stefania Nisio - ma probabilmente hanno sempre cercato nel posto sbagliato». Si credeva, infatti, che la catacomba fosse sull’attuale via Portuense e qualcuno l’aveva erroneamente localizzata in via del Grottone o in via di Vigna Jacobini.

Il terzo miglio

Secondo studi più recenti l’antica Portuense ricalcava in realtà il percorso dell’attuale via Magliana (ex via Campana). Così, considerando il «terzo miglio» di via della Magliana - con origine dall’antica Porta Portese, nota anche come Porta San Felice - si evince che la catacomba era un po’ più fuori dalla città (esattamente a 4,447 km dall’antica Porta Portuensis) rispetto a dove la si è cercata sino ad ora. Giancarlo Ciotoli e Stefania Nisio hanno allora concentrato le ricerche sul Portuense. Hanno incrociato i dati geologici con quelli storici, confrontando il censimento delle cavità e la loro densità (“aree maggiormente suscettibili al dissesto”), il modello previsionale degli sprofondamenti (“sinkholes antropogenici”) connessi alla presenza di vuoti e le misurazioni dell’abbassamento del suolo (“subsidenza”) rilevate da satellite in terreni sottoposti a estrazione. Il risultato cartografico è stato sorprendente: un cerchio rosso si è acceso alla giusta distanza dell’antica via Campana, nell’area circondata da via Prospero Colonna e via Giannetto Valli. È lì sotto la catacomba scomparsa? La risposta potranno darla solo le indagini geognostiche sul campo.

LORENZO GRASSI

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