La rincorsa alla visibilità

  • Maurizio Guandalini

A questo punto meglio una bella finanziaria elettorale. Che non vuol dire ricchi premi e cotillons. Ma almeno si capisce il senso. E il peso. Due ingredienti che la legge di stabilità in discussione, in queste ore, non hanno. Si tratta del bilancio delle cose da fare per i prossimi mesi e pare di stare a discutere di una ricetta povera. Via qualche ticket nella sanità, un soldo di sollievo alla povertà e gli spiccioli per nuove assunzioni, contratti degli statali e congelamento dell'aumento dell'Iva. Sono quelle manovre insipide, incolore, di fine corsa di un Governo. Orfane. Di padre e di madre. E infatti il Pd si guarda bene dallo sbracciarsi. Renzi, che aveva capito tutto, avrebbe preferito votare prima di questa legge di Stabilità perché, visto lo stato del Paese, era quanto mai necessaria una sterzata vigorosa. Qualcosa che lasciava il segno andando anche contro i diktat di Bruxelles. Invece si è innescata, soprattutto da parte di quella sinistra-sinistra, fuoriuscita dal Pd e che appoggia il Governo, una rincorsa alla visibilità, giocata su qualche fiche di azzardo misurato, giusta per determinare, eventualmente, un buon risultato elettorale nel 2018. Inconsapevoli che sulle mance delle leggi finanziarie nessun partito, anche quello più virtuoso e che ha dato l'anima per accontentare chissà chi, ha sfondato nell'urna. 

Trovare un vestito identitario su misura, nel 2017, è una fatica immane. Quella sinistra-sinistra lì, unita nell'odio politico verso Renzi, deve solo pescare nelle proprie radici purtroppo, per loro, seccate da tempo e con poche possibilità di rinsavirsi a breve. Caro Ministro Padoan, nei mastrini del dare e avere, in uso al Tesoro, avremmo preferito vedere, ad esempio, la tanta agognata riforma fiscale. Dato di ieri. In Italia c'è una evasione record di 111 miliardi l'anno. Basterebbero a coprire l'intera spesa sanitaria. Fa imbestialire che gli esattori siano in grado di incassare solo l'1,3% delle somme da riscuotere contro una media Ocse del 17%. Il nuovo direttore dell'Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, dal suo insediamento, si sta sbracciando per cambiare il volto del fisco. Renderlo più umano, facendolo capire, in particolare, ai dipendenti. Meno timbri e balzelli. Con il potenziamento delle banche dati dei contribuenti sforbiciare l'assurda quantità, in successione, di scadenze. Però Ruffini è un tecnico. E' un dirigente di Stato. E' la politica che non deve limitarsi a brindare perché racimola 15 miliardi l'anno di evasione. Ordinaria amministrazione. A quando una riforma, ci sto, anche dal sapore elettorale, purché si faccia?

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