Il futuro della moda è nell'abito-robot

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INTERVISTA Anouk Wipprecht  è una danese di 32 anni con l’aspetto da teenager, una geek girl indefinibile che mescola moda e tecnologia, più artista che  fashion designer, anche se a lei piace definirsi FashionTech designer avvezza al cacciavite più che all’ago e al filo. Alla settimana della moda milanese si è presentata invitata da Meet the Media Guru per mostrare le sue creazioni poetiche e provocatorie: abiti-robot animati, tessuti intelligenti capaci di comunicare stati emotivi, realizzati con stampanti in 3D. Come lo spider-dress, l’abito ragno rivestito di sensori di prossimità e di zampe elettroniche che si impennano quando qualcuno di avvicina troppo. O lo smoke-dress, che emette fumo sempre in caso di invasioni di campo nel proprio spazio fisico ed emozionale. «Mi sono ispirata al polpo, che emette l’inchiostro per allontanare gli indesiderati. La natura mi ispira molto».

Tra i suoi progetti c’è anche la collaborazione con la pop singer Victoria Modesta, amputata ad una gamba, per la quale ha realizzato protesi ipertecnologiche.
Sì, è stato molto interessante, di solito la disabilità è legata alla vergogna, si cerca di nasconderla, mentre nel caso di Victoria abbiamo utilizzato la protesi per inserire dispositivi musicali e sensori e darle una forma speciale. 

Lei è interessata alle applicazioni collegate alla disabilità?
Ho realizzato l’Unicorno, un elmo con elettrodi senza fili che monitora i bambini con un deficit di attenzione. Negli Usa vengono dati molti farmaci per trattare questo disturbo, invece con questo dispositivo ai bambini sembra di giocare, si sentono super eroi, diventano soggetti, parte attiva del monitoraggio e di presa di consapevolezza dei loro problemi. In futuro mi piacerebbe lavorare sull’autismo e sulla comunicazione non verbale. In questo senso la tecnologia indossabile può essere molto utile per comunicare e trasmettere segnali. Anche se nella nostra vita quotidiana è molto stressante: ogni volta che guardo le mie notifiche mi prende un colpo.

Che rapporto ha con i due mondi della moda e della tecnologia?
Ho cominciato a 14 anni nel classico mondo delle sartoria. La moda è comunicazione, ma quella analogica non mi bastava. In questo mi è stato utile la piattaforma open source Arduino, che permette di avvicinarsi alla programmazione e alla robotica anche se non si hanno conoscenze specifiche. Grazie ad aziende come Intel ho cominciato a lavorare sui miei progetti, ma fino a tre anni fa le griffe erano poco interessate al mio lavoro. La moda ha tempi veloci e deve vendere, non guarda troppo avanti. Ricevevo telefonate solo da aziende tecnologiche. Ora invece la wearable tecnology (tecnologia indossabile) interessa anche ai grandi marchi, ho un progetto con Swarosky per un ciondolo animato dal battito cardiaco.

Lei è considerata una guru, che effetto le fa? 
Tra i maker, in  un ambiente quasi esclusivamente maschile il problema era che quando mi presentavo agli incontri di solito mi chiedevano se mi ero perduta. Ora invece è il contrario, a parità di qualità preferiscono me, una donna è più cool, non va bene nemmeno così. 

Le sue creazioni sono open source.
Certo, ho visto il mio spider-dress rifatto con il Lego e l’ho trovato favoloso. 

PAOLA RIZZI
paola.rizzi@metroitaly.it

 

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