Mafia o non mafia c'è ancora tanto marcio

  • Maurizio Guandalini

L'OPINIONE Togliendo mafia, i reati non sono meno gravi. Mafia e Capitale erano uniti, in matrimonio, dall’inizio dell’inchiesta. Per i magistrati l’associazione mafiosa non c’è. Dietro a quello sporco, sbiadisce l’immagine di un maxi sistema di potere  organizzato. Rimane un manipolo di criminali che, infiltratosi, a trovare complicità, nei gangli del Comune di Roma, faceva il loro lurido interesse. Il tanto è ancora nascosto. Nella stessa capitale. Quello scenario di Mafia Capitale era funzionale alla campagna elettorale. Sui romani, elettori, faceva presa e, quindi, si è picchiato duro, senza distinguere l’olio dall’aceto. La sensazione è che l’altro marcio se ne è andato prima. O, proprio, è finito sotto l’uscio.

Attendiamo di sapere le responsabilità della pubblica amministrazione. Del Comune, non di un dirigente, seppur superiore, ma di passaggio, colorato politicamente a guardia, momentanea,  della battigia. Ma di quelli di lungo corso. Lì, nei gangli, polverosi,  qualche timbro l’avranno pur messo. E’ vero, ci sono gli imprenditori dal cuore malavitoso, come quelli appena scoperti che dal terremoto di Amatrice, prima dell’Aquila, volevano farci quattrini. Quei malavitosi della ricostruzione, perché il loro disegno andasse in porto, trovavano la sponda, principe, nella pubblica amministrazione: lì si cucivano rapporti e, da lì, arrivavano i denari.  Al Comune di Roma sono indagati 70 dirigenti su 190. Dieci avvisi di garanzia solo nell’ultimo periodo. E, la cosiddetta, ormai, Mafia Capitale, c’entra poco. I tecnici del Fondo Monetario Internazionale ci spiegano che il freno principale alla crescita, del Pil è la burocrazia.  E, a proposito di cache, compensi, stipendi, i dirigenti nostrani sono i più pagati d’Occidente. Nonostante il tetto ai compensi, introdotto nel 2014, lo stipendio dei mandarini indigeni è superato solo dagli australiani. In una inchiesta giornalistica firmata da Sergio Rizzo, su Repubblica, si scopre che, a fronte di un decreto della Funzione Pubblica, che impone la pubblicazione on line della situazione patrimoniale dei dirigenti pubblici, c’è stata una sollevazione che ha bloccato questo provvedimento. Non vogliamo, per forza, trovare il capro espiatorio. E’ lapalissiano, però, che la nostra pubblica amministrazione, nello stato in cui si trova, è funzionale alla corruzione.  Trasversale, fatta  di speculari coperture. Ad esempio, di quei macchinisti dell’azienda trasporti del Comune di Roma che facevano il doppio lavoro. Dal piastrellista al tuttofare nelle pompe funebri.

MAURIZIO GUANDALINI

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