Guerra d'armi e di silenzi

  • Maurizio Zuccari

L'OPINIONE A volte il silenzio uccide più delle parole, più delle armi. Soprattutto quando in una guerra queste non tacciono, e la conta dei morti sale. È questo il caso della guerra nell’Ucraina orientale, esplosa tre anni fa e tuttora in corso. Gli analisti stanno ancora lì, a chiedersi se sia strisciante o ibrida, civile o internazionale. Intanto la gente muore, da una parte e dall’altra, nell’imbarazzato silenzio dell’ufficialità. Con gli aggiornamenti dei morti e dei fatti in modalità internettiane. Ogni tanto un profilo Facebook s’oscura, un amico è scomparso, un post dà conto della mitraglia o della perdita d’una gamba, un selfie rivela rovine fumanti. E la guerra continua, in una parvenza di vita normale. Un recente fotoreportage sul National Geographic offre uno spaccato della vita degli adolescenti non in fuga negli ex oblast ucraini di Donetsk e Lugansk, di fatto repubbliche autonome della Nuova Russia. Ma nessun tg, a Kiev o Mosca, dà conto dei continui scontri in violazione degli accordi di Minsk, buoni a placare le anime belle e a non far sfigurare troppo le diplomazie d’Occidente, tanto il pubblico è di bocca buona e s’accontenta di qualche velina atlantista. Nessun cenno ai morti ammazzati nei bombardamenti e dai cecchini di qua e di là dall’improvvisato confine del 2014. Almeno, i caduti nordamericani nelle varie guerre si salutano con salve ai picchetti d’onore e belle parole, si tumulano a stelle e strisce. 

Anche ai funerali dei soldati ucraini e russi sfilano le bandiere, gialloblù o biancorosseblù, dietro ai ritratti dei caduti, ma finisce lì. Nell’ignavia delle diplomazie occidentali per cui Donetsk e Lugansk, per non parlare della Crimea, sono ancora ucraine e non terra russa come le considera Mosca e i locali. Strana guerra, quella dell’Ucraina orientale. Dove la Nato e l’Ue alzano la voce dopo aver soffiato sul fuoco di piazza a Maidan, ma si guardano dall’aiutare il governo di Kiev che hanno spinto contro l’orso russo. E da una parte e dall’altra arrivano volontari e mercenari a combattere al soldo di compagnie di bandiera o per l’ideale. Con una differenza sostanziale rispetto alla Spagna degli anni Trenta. Lì il campo era ben marcato, fascisti di qua e comunisti di là, mentre in Ucraina i battaglioni neonazi allignano da ogni parte del fronte, e a combattere pro o contro Donetsk sono finiti cosacchi e ceceni, disoccupati italiani e postfascisti svedesi. Ventimila tra morti e feriti d’ambo le parti, una guerra che festeggia i tre anni e difficilmente Putin e Trump, infine faccia a faccia al G20 d’Amburgo, sapranno far finire. Intanto si muore, zittizitti, per Donetsk o chissà perché.

MAURIZIO ZUCCARI
Giornalista e scrittore

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