La nuova Hong Kong e la sfida di Carrie Lam

  • Maurizio Zuccari

Qualcuno l’ha definito lo skyline più bello al mondo. Esagerazioni, ma chiunque sia salito sul Victoria peak ad ammirare Hong Kong dall’alto, stretta tra i picchi montani a racchiudere l’immenso porto dove si faticherebbe a gettare il classico granello di sale, ne coglie il fascino. E lo spirito del luogo, simboleggiato dal grattacielo della Bank of China in stile Fengshui, l’antica arte rabdomantica cinese volta a far fuggire i mali spiriti, col suo profilo zigozagante. Già questo la dice lunga sulla natura del posto e le faccende che la neogovernatrice Carrie Lam dovrà gestire. Il porto dei profumi - questo, letteralmente, il suo nome - non è più la sterminata raffineria d’incensi a cui la città che ha come simbolo il fior di loto deve l’appellativo. Né la capitale mondiale dell’oppio strappata dagli inglesi alla Cina alla prima metà del XIX secolo con una guerra assurda, ma resta un coacervo di contraddizioni. Dove da un paio di secoli l’Oriente incontra l’Occidente, e da un ventennio la grande finanza internazionale incrocia le sorti di quel che resta del comunismo in terra. Grattacieli così alti e numerosi da far impallidire New York, un viavai di scale mobili coperte unico al mondo, danno l’impressione a chi l’attraversi di stare in un immenso centro commerciale dove ai pub inglesi si susseguono i bordelli delle massaggiatrici thai, senza soluzione di continuità. Il bello e il difficile di quest’apparente bengodi, di questa roccaforte della finanza, dei traffici e del pescecanismo internazionale, è che tutto ciò si  muove sotto l’egida della madrepatria cinese. E a fungere da trait d’union tra la Repubblica popolare e la sua Ras – Regione amministrativa speciale – sarà la signora Lam, piccola e all’apparenza fragile, ma bella tosta e ben navigata, per aver gestito da prima segretaria del governatore e ora da governatore in capo – o meglio da direttore generale, come si conviene a un mega centro commerciale – il governo della città. Funzionaria di lungo corso non certo invisa a Pechino, è stata lei a tentare una mediazione coi cervelli e gli ombrelli del movimento studentesco che tre anni fa minacciava sfracelli reclamando quel diritto di voto mai concesso neppure da Londra, e ora vivacchia sotto le ceneri della protesta. Per lei non si tratta più di mediare con le frange ribelli d’una popolazione che vive in un megaemporio a cielo aperto grande la metà della Val d’Aosta, ma di scommettere sulla tenuta del principio: un paese, due sistemi. E arrivare al giro di boa del primo luglio, giorno del suo insediamento e ventennale del ritorno alla madrepatria, senza perdere le fila o restare impigliata ai nodi delle contraddizioni dell’ex colonia inglese.

Maurizio Zuccari
gironalista e scrittore

 

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