Quel sermone e i ragazzi

  • Maurizio Baruffaldi

Ha dieci grammi di un altro cioccolato, tavoletta grande la metà di un Kindercereali, e appena vede le divise piombargli in casa si butta dalla finestra. Perché? A quell'età può anche invadere il panico, farsi un film allucinato di quello che succederà, con tanto di galera e conseguenze definitive. Eppure è solo un ragazzo che si fa le canne, forse un po' troppe, come moltissimi maschi di quell'età; ma non ha problemi a socializzare, anzi: studia, gioca, si innamora.

Un genitore può sentirsi inadeguato di fronte alla paura che un figlio si perda, è durissimo resistere all'incomunicabilità; ci si può anche sentire esageratamente disperati, ma esistono altre figure alle quali aggrapparsi, e non hanno mai una divisa. Ora, dopo i pieghevoli opinionisti del “Non si può giudicare una madre”, è la volta dei sondaggi e dei professori, per analizzare il fenomeno e capire come comportarsi con un figlio che rolla.

Io spero con tutto me stesso che le mie figlie non si facciano mai i cosiddetti spinelli, le trombe, i cannoni, i sostantivi artistici o bellicosi non mancano a definirli. Perché alla lunga tolgono entusiamo, lucidità, carattere. Così come penso che avere il classico periodo in cui si esplora e ci si adegua (la droga leggera comprende entrambi gli atteggiamenti) sia in preventivo e non si può farne un dramma. Non lo diremo mai abbastanza: l'alcool è cento volte più devastante.

Eppure entrambi si possono conoscere e non farsi fregare. Questo è quello che un genitore prova a far passare nella testa di un figlio. Per esperienza personale: coloro che si sono fatti ammazzare dall'eroina erano quelli che di fumare gliene fregava pochissimo. Volevano altro. Appunto. Sono due mondi diversi. In questo paese però la percezione del fenomeno è ancora in mano a quelli che scelgono di inquadrare dal pulpito, e risolvere il problema negandolo, al posto di scendere dove tutto succede.

Sarebbe stato invece meglio negare il sermone di questa donna; e va bene, l'ignoranza non può essere una colpa, ma quella voce impostata, fredda, in fondo compiaciuta... Io non ho sentito un amore degno di questo nome in quelle parole finali; in quell'esibizione da palco inutile, se non dannosa. Suggerisce già il muro di pregiudizi e regole morte con le quali ha dovuto convivere questo ragazzo e le sue già radicate insicurezze da figlio adottato. Una madre che nel momento del dolore che toglie il fiato, ha la supponenza di rivolgersi come un Papa a quei giovani che ha dimostrato di non sapere lontanamente chi siano. I quali si saranno annoiati e distratti peggio che a lezione. Quella noia e distanza che poi ti fa venire voglia di andarti a fare una canna.
MAURIZIO BARUFFALDI
Giornalista e scrittore

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