Via libera ai russi in Cirenaica

  • Maurizio Zuccari

L'OPINIONE La notizia è grossa, ma non ha ancora fatto il botto. Il maresciallo Khalifa Haftar, braccio armato del parlamento di Tobruk, avrebbe dato ai russi il via libera in Cirenaica. In cambio all’appoggio al proprio governo, al momento il più forte dei tre che si contendono il potere in Libia, Haftar avrebbe promesso ai russi una fetta del porto, già base navale italiana e crocevia strategico in Nordafrica. L’intesa, siglata dal maresciallo sulla portaerei Kuznetsov con il ministro della difesa di Mosca in videoconferenza, darebbe a Putin petrolio e una base per fare in Libia quel che ha fatto in Siria, piazza pulita d’ogni presenza islamista e fondamentalista, e all’uomo forte di Tobruk una sponda importante. Haftar, vecchio arnese della Cia rispedito a suo tempo in Libia come anti Gheddafi dopo una ventennale presenza negli Stati Uniti, già forte dell’appoggio aperto di Egitto ed Emirati Arabi, e velato di Francia, Gran Bretagna e Usa, può contare su un altro alleato di peso nella sua scalata al potere. Non è un caso che, ripulita Bengasi dagli stracci dell’Isis, grazie a uomini e mezzi ricevuti malgrado ogni embargo, il maresciallo si prepari a fare una puntata nel sud libico, dove il Ciad per evitare invasioni di profughi ha già chiuso le frontiere in vista dell’offensiva.

Un primo balzo per la conquista della Tripolitania e la riunificazione manu militari dell’intero paese, in preda alla guerra civile. Né è un caso che mentre Haftar passeggiava sul ponte della Kuznetsov, a Tripoli Khalifa Ghwell, ex premier del disciolto Governo di salvezza nazionale, lanciava le sue milizie islamiste – supportate da Qatar e Turchia – all’assalto dei luoghi del potere di Fajez al Serraj, a capo di un governo riconosciuto dall’Onu e dall’Italia che non controlla manco le proprie sedi. Il problema, al di là degli aspetti militari, per l’Italia è politico. Unico tra i paesi occidentali, il governo italiano ha riaperto a Tripoli l’ambasciata e inviato due ministri degli Esteri – l’attuale premier Gentiloni prima, Minniti poi – per risolvere in accordo con Serraj due problemi chiave. Un controllo non irrisorio delle ondate di migranti in partenza dalle coste libiche, il cui traffico rappresenta una buona fetta del pil tripolino. E la gestione in sicurezza degli impianti Eni a Mellitah, a ovest della capitale, che neppure nelle ore più buie della guerra civile hanno smesso di funzionare. In entrambi i casi l’intesa con Serraj era forse d’obbligo, ma puntare sul cavallo zoppo rischia di lasciare l’Italia in panne, esposta ai venti della storia e ai ritorni di fiamma islamisti, oltre che a secco di petrolio.

MAURIZIO ZUCCARI
Giornalista e scrittore

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