Vittoria di Trump sconfitta per esperti e media

  • Giampiero Gramaglia

Che tacciano tutti!, che tacciamo tutti!, sondaggisti, esperti, giornalisti, siamo tutti peggio persino degli economisti, che pure loro non ci azzeccano mai e il giorno dopo ci spiegano perché mai sia accaduto l’esatto contrario di quello che avevano previsto.

Dopo la Brexit, Donald Trump: ogni volta, uno si mette davanti alla tv convinto di potere assistere ad un bel film magari stile Ombre Rosse, che quando tutto sembra perduto poi arrivano i nostri; e, invece, man mano che si contano i voti, gli indiani ci costringono a fare quadrato e i nostri non arrivano mai e noi facciamo la fine del generale Custer al Little Big Horn

La vittoria di Donald Trump nelle elezioni americane è una doppia sconfitta per i giornali e i media tutti, non solo americani: ne dimostra i limiti d’analisi, nel riuscire a cogliere la presa e la portata del fenomeno; e ne dimostra i limiti d’influenza, perché tutta la grande stampa americana, quella tradizionale e i ‘new media’, dal New York Times ai blog di punta, hanno dato il loro endorsement a Hillary Clinton e hanno demonizzato il magnate e showman. Risultato: Hillary sconfitta e Donald presidente.

In una lunga notte di tregenda elettorale, l’America s’è consegnata a Donald Trump per i prossimi quattro anni e gli affida la valigetta nucleare; e regala al nuovo presidente un Congresso al suo servizio, tutto repubblicano. L’ondata di rabbia e populismo travolge – proprio quand’era più necessario - il sistema di bilanciamento dei poteri voluto dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.

La Clinton esce nettamente sconfitta, dal voto popolare – oltre un milione di suffragi di scarto – prima e più ancora che dai Grandi Elettori.

Come nella notte della Brexit, vince la scelta opposta a quella pronosticata da sondaggi, esperti e allibratori: la rabbia e la protesta si confermano più forti della razionalità e della competenza. Se l’America esce dal voto divisa, l’Europa e il Mondo ne escono impauriti. E se l’America ha istituzioni democratiche forti e una Costituzione solida per superare la bufera, l’Ue non le ha: l’effetto domino, dopo la Brexit e l’elezione di Trump, può farla vacillare e crollare, specie se dovesse tradursi nell’affermazione di altri populismi, in Francia, nel Benelux, in Germania, magari in Italia.

La mappa elettorale non esprime a pieno la spaccatura degli Stati Uniti semplificata dal cromatismo rosso/blu degli Stati repubblicani e democratici, senza tenere conto delle divisioni etniche, di genere e di censo che venano la società. La scelta di Trump sembra il colpo di coda d’un America maschia e bianca, frustrata da otto anni di un presidente nero e forse irritata dall’idea di cedere il potere a una donna. Ma non è solo questo, non sta tutto qui: c’è la ribellione al globalismo; c’è il mito eterno del ritorno all’età dell’oro; c’è la fascinazione dell’apparenza e della brillantezza – magari ruvida, volgare, eccessiva – sulla sostanza e la concretezza; c’è una trasformazione, demografica, ma anche ideologica, del partito repubblicano, che esce dall’alveo di Lincoln e di Theodore Roosevelt e accoglie nelle proprie fila blue collars e classe media, democratici delusi.

GIAMPIERO GRAMAGLIA

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