Noi, genitori da Whatsapp

  • Francesco Facchini

MILANO Sono passati un paio di giorni, ma ancora non riesco a riavermi. Una notizia che può anche essere passata inosservata ma che rappresenta, fotografa (bene) il vuoto di questo paese. Alcuni presidi in diverse scuole, in diverse zone d’Italia, hanno dovuto vietare i gruppi Whatsapp dei genitori. “Sono dannosi, ci creano problemi in classe”. Già, pare che in quei gruppi ci sia posto per litigate, comportamenti razzisti, offese a bambini con problemi cognitivi solo perché hanno spintonato “il principino di casa”. C’è perfino chi chiede “qual è il bambino che puzza in classe”. Che bello, è l’evoluzione della partita domenicale dei bambini nella quale i genitori si menano sugli spalti al grido di “Spacca le gambe a quel mongoloide”. Non paghi di farlo la domenica, i papi e le mamme d’Italia si producono in “bellezze” via social nei giorni feriali.

Poi ci sono anche le piccole competizioni, quei sussurri nelle orecchie dei bambini (“Perché tu sei migliore, sei il più bravo, sei il più bello”), quel vuoto di comunicazione in mezzo a un mare di tweet, post, link, update, messaggi, sms. La scuola italiana, nella quale spesso manca la carta igienica per pulire i sederini, è costretta anche a diventare “scudo” protettivo dei bambini dalle loro stesse realtà: sì, dalle loro famiglie. Una sconfitta tremenda, una notizia che dovrebbe gelare tutti. Forse è passata, tra mille altre, tra una tetta di Belen, un elenco di tradimenti al Grande Fratello Vip e una chiusura di Equitalia. Il problema? Noi, noi genitori

Sono papà, faccio parte di un gruppo Whatsapp di una scuola. Da quando ho sentito questa notizia mi sento a disagio. Scrivo con circospezione, leggo con apprensione. Nel mio gruppo mai successo nulla. Però ci penso, penso quando scrivo. Ecco: pensate. Pensate prima di ogni parola e non dopo, pensate che frequentate strade di città nelle quali la lingua più parlata non è l’italiano, pensate che salite sui tram con la signora Hu e la signora Alvarez, pensate che vi serve il caffè Mohammed più di Mario. Pensate prima di scrivere, pensate prima di pensare che siete migliori. Pensate che, finalmente, verrà un giorno che non sarete più voi l’Italia, ma i vostri figli, figli per cui l’Italia è già multirazziale e accogliente. Fatevi insegnare dai bambini ad amarla e accettarla. Accendete il cervello, prima del prossimo Whatsapp. Non dopo.

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