Nobel a Bob Dylan? Non sono solo canzonette

  • Mauro Leonardi

ROMA Bob Dylan ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura il giorno in cui è morto Dario Fo: 19 anni dopo ecco un altro Nobel fuori dagli schemi.

Come accadde per Fo anche ora gli scrittori “ufficiali” non sembrano aver gradito molto. Allora Mario Luzi dichiarò candidamente: «Non sapevo che Dario Fo scrivesse». Giovedì scorso Alessandro Baricco ha detto: «È come se dessero un Grammy Awards a Javier Marias perché c’è una bella musicalità nella sua narrativa».

Nell’antichità spesso le poesie erano odi cantate - i salmi, somma lirica ebrea, sono cantati - e non è raro che le parole delle poesie divengano strofe di canzoni. Il nome di Dylan è una sorpresa fino a un certo punto: circolava tra i possibili vincitori del Nobel già dal 1997 e forse qualcuno dimentica che gli era già stato assegnato nel 2008 un Pulitzer alla carriera per l’impatto che la sua opera aveva avuto sulla cultura. Dylan non ha scritto pagine di carta ma ha lasciato parole che hanno fatto da colonna sonora a chi tifava contro la guerra, per la pace e per l’amore: una musica entrava dalla finestra o dalla stanza accanto e ci faceva fermare; da quel momento quando tornavano quelle note tornava a noi quell’istante della nostra vita, con la sua gioia e il suo dolore: se questa non è arte, che cos’è l’arte? Quando la cucina non è solo “mangiare” si parla di “arte culinaria”. Perché è arte tutto ciò che dice all’uomo che non si vive di solo pane: e questo vale perfino per il cibo. Con il Nobel a Dylan non c’è stato uno sbaglio e tantomeno un oltraggio alla letteratura. Perché quelle di Dylan non sono solo canzonette.

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