Quel campo italiano alla diga di Mosul

  • Maurizio Zuccari

Visto dalle alture che lo circondano pare un castrum dei tempi moderni, non troppo dissimile però da quelli che i Romani costruivano non lontanissimo da qui, sulla via di Babilonia. Un quadratone d’un paio di chilometri per lato, protetto da una trincea, un reticolato e un muro di cemento alto tre metri. Casette prefabbricate al posto delle dozzine di tende che sorgevano fino a poco tempo fa, e un paio di bunker sotterranei, per civili e militari, caso mai le cose dovessero mettersi al peggio. Il peggio è a un passo, ed è già arrivato sotto forma di razzi sparacchiati senza far gran danno, a una manciata di chilometri dal campo trincerato italiano presso la diga di Mosul. Dove i 500 bersaglieri del 6° reggimento della Brigata Aosta – formalmente inquadrata nella divisione Acqui, spazzata via dai tedeschi a Cefalonia per chi ha buona memoria storica – normalmente di stanza a Trapani e in gran parte siciliani, fanno buona guardia. Sotto la loro protezione i tecnici della Trevi hanno iniziato i lavori per la messa in sicurezza della diga che dovrebbero durare un anno e mezzo, al netto di attentati e sabotaggi.
Poco oltre, a ridosso d’una prima linea tutta teorica, un centinaio di peshmerga curdi scorrazzano sui loro pick up, pattuglie avanzate del contingente che deve sbarrare il passo ai kamikaze dell’Isis che da mesi gli specialisti dicono pronti a sferrare un temibile attacco.
I soliti beninformati danno persino i reparti d’élite, le tecniche d’assalto e pure i comandanti che parteciperanno all’imminente offensiva del califfato alla diga. Una struttura tanto strategica quanto sedicente fatiscente, che l’Isis si è guardato bene dal danneggiare, limitandosi a far sventolare qualche vessillo nerofumo da parte di sparuti figuri, quando era in loro possesso. Gli stessi beninformati danno per imminente l’offensiva congiunta Usa-curdo-irachena di cui si ciancia da anni, per liberare Mosul dalle grinfie dello stato islamico. Intanto i cacciabombardieri statunitensi, com’è loro costume, sparacchiano un po’ a casaccio nei dintorni della città, ammazzando i miliziani loro alleati, mentre turchi e iracheni litigano per i turcomanni filoturchi che Ankara vuol far partecipare all’offensiva made in Iran ma gli sciiti che se la comandano a Baghdad non vogliono tra i piedi, come le truppe che Erdogan ha inviato nell’area.
Ce n’è già abbastanza perché nel nuovo scacchiere si apra un gioco delle parti degno di Aleppo e della Sirte, e sui poveri fantaccini sicilioti, a due passi dal fronte, si consumi il contropaccotto servito a puntino dal Pentagono.

MAURIZIO ZUCCARI
giornalista e scrittore

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