Referendum brodaglia indigesta

  • Maurizio Zuccari

L’unica cosa certa è la data: 4 dicembre. Festa di santa Barbara, vergine e martire, patrona di Rieti e degli artiglieri. Per il resto la riforma costituzionale su cui gli italiani sono chiamati a esprimersi è un gran pateracchio. Brodaglia indigesta dal punto di vista letterale, come sottolineato dai linguisti e dallo stesso premier che l’ha fortissimamente voluta pro domo sua. Il problema però non sono le belle lettere né il senso normativo, quanto il senso in sé. Un caso fra tutti, quello relativo ai costi della politica. Che per i promotori del referendum assommano a 500 mln l’anno, grazie al taglio dei senatori, e per la Corte dei conti non vanno oltre la cinquantina. Se si volevano ridurre i costi sarebbe stato più congruo dare una sforbiciata agli F35, piuttosto che ai parlamentari, meno inutili e dannosi. Contraddizioni che si moltiplicano scorrendo la cinquantina di articoli che andranno riformati nel corpus costituzionale con la vittoria dei sì, dalla maggiore governabilità all’esercizio della democrazia diretta, dalla presunta fine del bicameralismo all’asserita estraneità con la riforma elettorale. I media si sono affannati nel tentativo di divulgare schede che non spiegano nulla, se non un inguacchio lessicale e legislativo che si presta a una lettura plurima, come nella migliore tradizione del mancato riformismo democristiano.
Per colmare il gap e indirizzare gli indecisi il premier il 29 darà il via alla campagna per il sì – dal mitico Obihall di Firenze che lo vide incoronato premier del pd, otto anni fa – per una 2 mesi tutta in salita contro le assai più numerose e agguerrite truppe del no, ma sulla lavagna facile facile. Fatta di regalìe che spaziano dalla riduzione delle tasse alla soppressione dell’odiata Equitalia, ciance buone a tutte l’ore per raccogliere consensi e sparecchiare gli avversari. La partita è qui e ora, tuona il premier, per cambiare le sorti del Belpaese in affanno ed evitare una personale prematura rottamazione. Perché il nodo vero, l’esito del referendum, resta questo, sì o no a parte. Un sonora bocciatura o una definitiva consacrazione per il renzismo che sulla riforma ha prima detto di giocarsi tutto, salvo rimangiarsi la promessa consapevole d’essersi spinto troppo oltre, in una palude propensa al no. Ma un no non cambierà poi molto, salvo rendere Renzi meno arrogante, a dire di D’Alema (il che è tutto dire) che guida il pattuglione degli irridicibili avversari interni al padre padrone fiorentino. Così il 4 dicembre sarà un’ora pro Renzi, fidando in santa Barbara.

 

MAURIZIO ZUCCARI
giornalista e scrittore

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