La coerenza obbligata di Virginia Raggi

  • IL COMMENTO DI GIAMPAOLO ROIDI

Ci ha pensato veramente, Virginia Raggi, ma alla fine non se l’è sentita di derogare così tanto dal mandato elettorale e dalle direttive del Movimento. Dire sì alle Olimpiadi - questa la riflessione cominciata in sordina il giorno dopo la vittoria alle elezioni e terminata qualche giorno fa – era un’ipotesi suggestiva e potenzialmente interessante, che le avrebbe permesso di recuperare popolarità e consenso tra i tanti romani delusi dall’impasse politica di questi primi mesi, romani non grillini, che l’avevano votata a giugno senza essere pregiudizialmente contrari a Giochi.

Un sì che avrebbe scontentato una porzione consistente della sua base elettorale, certo, ma al contempo l’avrebbe resa più forte e autonoma grazie all’appoggio delle  grandi lobby economiche e persino del governo Renzi. In fondo - questo il pensiero sul quale Virginia Raggi si è confrontata durante l’estate con i suoi più stretti collaboratori e con alcuni assessori – nel momento in cui tutti si aspettano il nostro no alla candidatura di Roma, noi invece diciamo sì ma dettiamo condizioni severe non negoziabili. Anche perché vogliamo e possiamo dimostrare (qui la sindaca avrebbe volentieri sfidato Direttorio e maggiorenti del Movimento) che soltanto noi possiamo organizzare le cose in maniera trasparente, efficiente, nell’interesse dei romani e di una città indebitata e stremata.

Nessuna smentita del programma elettorale, perché sarebbe nata una candidatura nuova, diversa, originale e sostenibile, in linea con le idee del Movimento. Ancora a metà della scorsa settimana questa tentazione era viva e nota ai vertici del “partito” di Grillo, loro e lui più che mai decisi a confermare il no promesso in campagna elettorale. 

Fine dei Giochi, titola oggi Metro. Virginia Raggi si è resa conto negli ultimi giorni che il suo piano, forse ambizioso, andava accantonato. Troppo rischioso. Non tanto a causa di antiche o sopraggiunte priorità politiche, ma alla luce di una sua personale e forse imprevista debolezza nel rapporto con lo zoccolo duro del Movimento e con la sua maggioranza in Consiglio comunale. Con una giunta ancora incompleta, sotto schiaffo per errori e nomine interne, con i big pentastellati delusi per l’avvio stentato ma ancora disposti a supportarla, la sindaca ha scelto la strada di una facile coerenza, inattaccabile e rassicurante per tutti. Roma rinuncia al sogno (o all’incubo, dipende dai punti di vista) delle Olimpiadi.

La speranza, per chi assiste con crescente preoccupazione allo stallo amministrativo del Campidoglio, è allora che questa scelta rafforzi la sindaca e la renda più solida e autorevole di quanto visto finora.

GIAMPAOLO ROIDI

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