Sistema pensionistico Futuro a tinte fosche

  • Massimo Blasoni

Mentre il governo si appresta a varare un provvedimento che permette ad alcuni lavoratori di andare in pensione con tre anni di anticipo, permangono forti dubbi sulla sostenibilità nel lungo periodo del nostro sistema pensionistico. Da molti anni la spesa per la previdenza rappresenta la voce più importante dell’intera spesa pubblica: nel 2015 è stata di quasi 260 miliardi, pari al 31,5% dei complessivi 826 miliardi di euro. Il dato è certamente influenzato dall’elevata quota di anziani nella popolazione italiana ma non spiega perché altri Paesi con identici problemi demografici (ad esempio Germania e Giappone) registrino percentuali decisamente più contenute. Sta di fatto che le diverse riforme italiane del sistema previdenziale hanno via via ridotto il tasso di copertura, attraverso il rapido innalzamento dell’età di accesso alla pensione. Poco o nulla è stato invece fatto invece per contenere - o addirittura ridurre - il livello degli assegni pensionistici. A prendere per buone le ottimistiche previsioni del Governo, la spesa previdenziale sul Pil potrà rimanere all’incirca al livello attuale, scendendo di 1,9 punti percentuali da qui al 2060. Ma perché queste possano avverarsi, la produttività del nostro Paese - rimasta quasi ferma negli ultimi 20 anni - dovrebbe “miracolosamente” tornare ai tassi di crescita degli anni Settanta e Ottanta. Non solo. Il tasso di occupazione, da sempre a livelli molto bassi in Italia, dovrebbe allinearsi molto rapidamente agli standard europei. C'è poi il tema della crescita attesa. Si ipotizza, infatti, un tasso di crescita medio del nostro Pil dell’1,5% su base annua per il periodo 2020-2060 mentre fra il 1989 e il 2010 questo è stato di poco superiore all’1%. E stiamo parlando di un’Italia demograficamente più giovane ed economicamente molto più dinamica di quella che ci attende nei prossimi 40 anni...

Cosa succederebbe quindi se la realtà smentisse gli ottimisti a oltranza? Semplice, la politica sarebbe costretta a intervenire nuovamente sugli unici fattori direttamente controllabili: l’età di accesso alla pensione (già di molto alzata) e l’entità degli assegni pensionistici (già ridotti). Con il risultato di rendere sempre più povere le future pensioni.

MASSIMO BLASONI
Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

 

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