Quei talebani della Calabria

  • Maurizio Baruffaldi

Non c’è nessuna differenza. Tra quell’Islam che copre dalla testa ai piedi le sue donne, le chiude in casa, non le fa studiare e chissà quali altre violenze ben nascoste, e gli uomini che vivono in quel paese calabrese dove è stata violentata per due anni una ragazzina, da nove ventenni, tra i quali il figlio di un boss locale, quello di un maresciallo dell’esercito e il fratello di poliziotto; insomma rampolli di quella melma che ricopre buona parte del sud e che condensa istituzioni e criminalità organizzata.
Non si salva nessuno. Alla manifestazione in onore della ragazza stuprata hanno partecipato solo cento persone: e certo, figuriamoci, qui poi ci tocca vivere e l’omertà è pane quotidiano. Ma anche quelli che sono scesi in strada hanno fatto dichiarazioni che giravano tutte intorno al canone: «Quella se l’è cercata». Il sindaco se l’è presa con il TG che ha ripreso chi diceva quella frase, perché così ha offeso la reputazione del paese. Questo parla di reputazione, e intende dire che non si toglie il burka che copre l’intera comunità. Pure il parrocco ha detto: «Purtroppo non è un caso isolato, c’è molta prostituzione in paese». Una bestemmia in diretta detta da un prete. Immagino il volto indiavolato del suo Dio, nel sentirla. Per quel mondo sommerso la ragazzina di 13 anni era la prostituta, e quindi il problema del paese. Quella bambina che sarà stata terrorizzata dalle “figure” importanti (per lei che ha vissuto e respirato quelle “certezze”) che abusavano del suo corpo. Un corpo che nemmeno lei conosce ancora. E che adesso disconoscerà. Questi uomini sono terroristi stanziali. Maschi con donne sottomesse. E impotenti di fronte a quelle libere. Questa non è Europa. Ma un avamposto talebano. La guerra al terrorismo islamico per noi comincia ad uno sputo da casa.

MAURIZIO BARUFFALDI
giornalista

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