La guerra al Jobs act è davvero assurda

  • Maurizio Guandalini

Aleggere i dati Istat sull’occupazione mi chiedo perché tanto astio, che continua, contro il jobs act. D’accordo, domani avremo i numeri dell’Inps o del Ministero del Lavoro che ribalteranno gli effetti positivi della riforma del lavoro. Già l’anomalia l’abbiamo bevuta, qualche giorno fa, con la notizia, prima, dell’aumento dei licenziamenti e, subito dopo, l’aumento degli occupati. Forse un centro unico che rilascia le statistiche non sarebbe male, giusto per evitare analisi campate in aria. Rimane, comunque, la domanda iniziale. Ad esempio, perché la CGIL ha perso tanto tempo, raccogliendo firme referendarie, per contrastare una legge che dà lavoro (anche se fosse un solo posto in più)? L’ufficio di statistica ci dice che ci sono 439 mila occupati in più (in un anno), che per la prima volta dal 2008 gli under 35 che non lavorano e non studiano sono in diminuzione e che nel Sud c’è l’incremento più forte di posti di lavoro.  Il dibattito italiano fuori dalla dottrina stanca ha trasformato, pure qui, il jobs act in un confronto pro o contro Renzi. L’Italia se non è così sta male. E pensare che tutti gli osservatori stranieri lodano il jobs act italiano. Noi, per la verità, lo vorremmo più spinto. I buoni risultati della Germania – la disoccupazione è al minimo storico - sono frutto della riforma del lavoro (più pesante del jobs act italiano) cantierata dal socialdemocratico Schroeder, nel 2003 e giunta fino ad oggi con l’addio ai contratti nazionali di lavoro (il motivo per cui il sindacato francese si è agitato tanto contro il job act d’oltralpe: la perdita progressiva del suo ruolo). L’abbiamo ricordato in altre occasioni, non c’è una ricetta, sola, per creare lavoro. Quindi, è assurdo far la guerra al jobs act, fosse solo perché ha stabilizzato centinaia di migliaia di precari. Creare lavoro, e salvare quello che c’è, prevedono una complementarietà di provvedimenti. E di ruoli. Tutti validi.

La Fca di Marchionne, dopo gli stabilimenti al Sud, sta riportando, a regime Mirafiori, con 1200 addetti che lavoreranno alla catena di montaggio del nuovo Suv Maserati. Poi, certo, ci sta pure l’Iveco (stabilimento di Suzzara) che lascia a casa centinaia di lavoratori perché ci sono problemi produttivi. Ma qui dobbiamo intenderci. Titolo sulla Repubblica: “Il lavoro nel futuro: il 75% dirà addio agli uffici. La tecnologia soppianterà la metà delle professioni”. O che entriamo nell’ordine di idee che il lavoro è cambiato e quindi la garanzia della piena occupazione è una chimera, oppure con modelli passati si va a sbattere contro il muro.

MAURIZIO GUANDALINI
Economista e giornalista

 

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