Psicologi dell'emergenza tra ascolto e carezze

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SISMA Un lavoro fatto soprattutto di ascolto e di attenzione: è quello svolto dagli psicologi dell’emergenza a beneficio delle vittime del sisma. Uno di questi specialisti è il romano Giovanni Vaudo, psicologo e psicoterapeuta, 59 anni, con un’esperienza all’Aquila alle spalle.  Fa parte di un nucleo di “Psicologi per i popoli”, volontari per l’emergenza “federati” con la Protezione Civile. Parla (emozionandosi, a tratti) con Metro. Spiega. “Sono arrivato al pronto soccorso dell’ospedale di Rieti mercoledì mattina, poche ore dopo il disastro. Sono stato lì due giorni, quasi senza mangiare né dormire, e ora mi hanno dato il cambio. Come lavoriamo? Con il cognitivo, il non verbale, con le carezze e gli sguardi. Un cauto aiuto nel contenimento emozionale”. Gli psicologi dell’emergenza arrivano al Pronto Soccorso semi-intasato, nel caos delle barelle, degli infermieri e dei medici che non riescono a dar loro retta. Né loro la chiedono. “Col giubbotto, e col distintivo, mi aggiravo discretamente tra i feriti”.

In cosa consiste il suo lavoro? Come agisce?
Osservo. E cerco di vedere, senza essere invadente, chi possa avere bisogno. Mi accosto, mi presento, comincio a dare spazio alla parola. Ascolto molto. Do esca perché il ferito mi parli. Perché sfoghi le emozioni.

Con quali feriti ha avuto a che fare? Chi erano? Chi l’ha colpita particolarmente?
Ho parlato con una donna straniera, ricoverata con il marito politraumatizzato, che era stata estratta dalle macerie con la figlioletta di 18 mesi tra le braccia. La bambina non respirava più, i soccorritori gliel’avevano tolta dalle braccia. La donna la cercava, non sapeva dove fosse. Era tranquilla, fredda quasi, in fase di “negazione” come diciamo noi, quando una persona non accetta l’ipotesi peggiore. E’ scoppiata solo dopo che l’ho approcciata. Poi la salma della piccola è stata riconosciuta…

Lei ha avuto a che fare con una ferita ospite dell’Hotel Roma.
Una signora che aveva perso la madre ed era disperata per il suo cagnolino, che non trovava più. Si sarebbe precipitata lei stessa a cercarlo fra le macerie se non avesse avuto una vertebra fratturata…era in stato di grande agitazione. Ho trovato una collega cinofila, che si è presa cura di lei. Si è fatta descrivere la bestiola fin nei particolari incaricandosi di chiedere informazioni ai soccorritori. L’affetto per gli animali domestici è essenziale in questi frangenti. Abbiamo contattato, così, il fratello della signora: e gli abbiamo consigliato di suggerirle di adottare un cane, non uno qualsiasi, però: no, uno di quelli rimasti “orfani” a causa del sisma…Un’adozione da non fare subito, però, per non dare l’impressione di voler sostituire subito la bestiola.

Non tutti vorranno essere avvicinati.
Infatti. C’è chi non parla, perché non vuole assolutamente farlo. Rispettiamo il silenzio, in questi casi.

A parte l’ascolto, quali aspetti “tecnici” della vostra professionalità emergono durante questi interventi in emergenza?
Siamo volontari. Cerchiamo di lavorare con lo sguardo, con delicatezza, con apertura e disponibilità: il nostro è prendersi cura delle persone, non un “curarle” nel senso terapeutico del termine. E’ un cauto aiuto, un “taglia e cuci”, e poi, certo, ci sono aspetti tecnici come il nostro utilizzare i mezzi della comunicazione non verbale e altri. Questo sulle prime, almeno. Poi, nei giorni successivi (sempre che i pazienti non vengano portati altrove), possiamo approcciare nuovamente e in modo più approfondito i feriti, dando loro un supporto più mirato.

SERGIO RIZZA
Twitter: @sergiorizza

 

 

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