Turchia, fermiamo i rapporti commerciali

  • Maurizio Guandalini

L’unica strada per cambiare lo stato delle cose in Turchia è rompere i rapporti commerciali. Non c’è altro. Occorre coraggio, agitare, per una volta, la forza dei principi e non vedere il dittatore solo dove ci fa comodo. Erdogan gode di grande seguito nel Paese  e non si smuoverà di un millimetro se non avrà contraccolpi in economia. Capisco l’azzardo, capisco chi già ha avanzato perplessità per l’effetto valanga che si determinerebbe (perdita delle commesse turche, crisi delle imprese occidentali) ma, obiettivamente, dobbiamo smetterla ad essere ipocriti. L’economia muove e smuove, cambia le agende, decide le svolte politiche, sceglie le leadership future. Di palo in frasca, ma osservate in questi giorni gli incontri vis à vis che sta facendo l’onorevole Di Maio - candidato premier in pectore del Movimento 5 Stelle -  con grandi imprese, lobby economiche internazionali per rassicurarli sull’affidabilità dei penta stellati una volta al Governo (loro, i 5 stelle,  ne hanno detto di tutti i colori contro l’economia delle banche, delle imprese, la finanza americana e compagnia cantante). Insomma l’interdipendenza non esiste. Il passaggio obbligato, oggi, per chi governa, e aspira a farlo, è l’economia globale, l’unico motore che travalica ogni vertice cosiddetto politico. E’ una vidimazione superiore che tutti negano ma con la quale devono fare i conti. Se è così, ed è così, è naturale che le crisi mondiali si possono risolvere cavalcando la stessa moneta. Ma la realpolitik ci fa percorre le strade del ‘ma anche’, un po’ contorte, del doppio corridoio (una cosa è la politica e un’altra è l’economia) che salva capra e cavoli lasciando tutto quel che c’è intorno in pieno immobilismo.

MAURIZIO GUANDALINI, economista e giornalista

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