Benvenuti a Trumpland

  • Maurizio Zuccari

Non l’hanno fermato in extremis la pattuglia d’irriducibili che all’apertura della convention voleva cambiare le regole dando libertà di voto ai delegati, cacciata in malo modo dalla platea. Né il centinaio di femminoni nudi che Spencer Tunick ha riunito a Cleveland per manifestare contro il candidato alla nomination. Ma Donald Trump ha delle donne una visione più fascinosa delle comparse – imbarazzanti – riunite dall’artista del nudo: vedi la moglie Melanie e le precedenti, modelle di grido. Quisquilie, per chi ha superato il fuoco di sbarramento del Great old party, ingoiando in un boccone 16 candidati messi a sbarrargli il passo, e la Bush dinasty che l’ha retto per un trentennio. Trump è stato incoronato candidato repubblicano alle elezioni presidenziali di novembre dal Gop riunito in Ohio, mozzo dei capintesta ma forte di una schiacciante maggioranza fra i delegati. Un risultato impensabile fino a poco tempo fa, con l’establishment del partito a darsi pizzicotti per uscire dall’incubo. E i democratici a sperare che i sondaggi che danno Hillary vincente al 67% contro il miliardario newyorchese non siano fuffa, per non entrarci. Tanta acqua è passata sotto al ponte di Brooklin da quando i Clinton intascavano i finanziamenti dell’ex amico Trump e presenziavano ai suoi matrimoni. Troncata la militanza democratica come errore di gioventù, Don il rosso gongola dai megaschermi dell’Arena sulla Trump tower, ascoltando Donald jr, primo dei quattro figli, annunciargli la fatidica soglia dei 1237 delegati alla convention: «È un onore portarti questi voti, papà. Congratulazioni, ti vogliamo bene». Con minore affetto, Paul Ryan e Mitch Mc Connell, big repubblicani di camera e senato e suoi acerrimi nemici fino a ieri, chiedono unità al partito fatto a pezzi, in attesa di risorgere dalle sue ceneri. Come il paese che Trump può governare a dispetto di ex amici ed ex nemici, forte di un consenso popolare (per ora) senza precedenti. Benvenuti a Trumpland. L’America che vuol far risorgere è divisa come il partito di cui s’è appropriato, messa sotto schiaffo pure da Erdogan. Alle prese con una guerra al terrorismo, da essa stessa alimentato, di cui non si vede fine, e un conflitto civile dove bianchi e neri s’ammazzano per le strade come nei non lontani anni dell’apartheid. Se il Berlusconi d’America saprà ridare al poliziotto del mondo fiducia in sé stesso, sbancando la coppia Clinton con le agguerrite lobby che la sostengono, come già i suoi, il mondo avrà di che stupirsi.

MAURIZIO ZUCCARI
giornalista e scrittore

 

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